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quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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NOTTI INSONNI DI UN’ EXPAT

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E’ l’una di notte. In questa camera d’albergo tunisina, che è la nostra casa da più di un mese,non riesco a prendere sonno.

Guardo il viso di mio figlio che dorme,nel riflesso della luce blu del pc. Ascolto il russare ritmico del mio compagno e le sue apnee (troppe sigarette). Anche nella stanza a fianco, hanno smesso di litigare ad alta voce in arabo, intercalando con l’immancabile “inchallah” (se allah vuole).Solo il rumore di fondo di una tv rimasta accesa da qualche parte.

Penso all’Italia : le lotte per il potere,l’abbrutimento culturale,il tracollo,così nitidi visti da lontano.Ed io che me ne sono andata.

Penso ai deliri culinari di Saul prima di addormentarsi ieri : “Pane e prosciutto mamma!Pasta!”. Anche oggi ha visto troppi cartoni. I bambini là fuori non capivano quello che diceva. Lui si faceva in quattro per farsi notare e loro lo scansavano. Ha pianto. Mi si  è spaccato il cuore. Dalle divagazioni esterofile alla realtà in un nanosecondo.

Mi arriva ogni tanto l’odore acre dell’hennè sulle mie mani. Me le sono fatte disegnare ieri,accompagnata da nuove amiche tunisine, da una donna, seduta a terra su un materasso. Hennè impastato con solvente e modellato con la saliva. Si puliva la bocca con uno straccetto, i suoi bambini che si affacciavano di tanto in tanto sulla porta. Le ho chiesto di fermarsi ad una sola mano.

Penso al giorno della partenza. Al vuoto che sentirò, nello spazio occupato da questa terra e dalla sua gente. Al dolore di uno strappo. Al ritorno in un’Italia che mi sembrerà straniera. Forse per sempre.

Vorrei dormire. Ma non ci riesco.

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OSPITALITA’ TUNISINA

Domenica mattina.
Siamo ospiti a pranzo, di uno dei guardiani dell’ hotel.
Ci aveva detto che sua moglie aspettava un bambino e gli abbiamo recapitato un piccolo pensiero.
Da lì, l’invito.
Seguiamo la sua moto in un labirinto di strade polverose : la vista che ho descritto nei post precedenti si inasprisce ulteriormente : non c’è traccia d’asfalto, bambini per strada, greggi di capre,rifiuti, calcinacci, vecchi sdraiati a terra a crocchie che giocano con tessere improvvisate.
Le case con i ferri del cemento delle colonne ancora a vista, in attesa che ci si possa permettere di alzarle di un piano : è così che si riconoscono qui i benestanti, ci spiega Abslem, dal numero di piani della loro casa.
Arrivati. Varchiamo una porta di ferro, un giardino polveroso con qua e là il fusto esile di un alberello appena piantato e cespugli di menta : a foglie piccole, come quella che già conoscevo, ed una varietà mai vista profumatissima, a foglia lunga.
Poi dentro casa : fresco.
Semplicità, dignità e cura.
Sui muri della saletta che ci ospita ,che in occidente avremmo definito spogli, e che invece qui mi sento di chiamare puliti, campeggia un’unica cornice : all’interno , un versetto del Corano a rilievo su una lastra di bronzo. Sopra il quadro : un fiore rosso di plastica.
Ci sediamo sul divano, poco dopo arriva la sorella della padrona di casa, che la sta aiutando in cucina e poi lei, incinta, che ci accoglie con un sorriso.
Poi sopraggiunge una bambina : Edhil. La nipote di entrambe, figlia del loro fratello.
Otto anni, capelli corti, occhi nerissimi, lineamenti delicati. Saul se ne innamora e non fa che chiamarla di continuo.
Il pranzo è pronto . Sul tavolino della saletta vengono adagiate due enormi ciotole di cous cous  con peperoni,patate, ceci, carne.
Poi una teglia di tajine , una sorta di frittata spessa con patate , menta e prezzemolo tritato.
Due piatti di immancabile insalata tunisina a base di finocchi, olive, lattuga, pomodori
Un piatto di pere private del torsolo e tagliate a metà.
Coca cola.
Ognuno col suo cucchiaio, si mangia INSIEME, attingendo dal piatto che contiene la portata.
Non servono parole. Quel gesto basta ad avvicinarci.
I sapori sono incredibilmente delicati e inaspettatamente già noti al palato. Siamo figli del Mediterraneo e fratelli.
Saul ci guarda, ma non vuole mangiare.
Scappa con Edhil nel davanti casa assolato. Mi alzo per seguirlo.
Si siede in mezzo alla polvere e recupera un sasso e un bastone.
Lancia pugni di terra in aria soddisfatto. E’ rilassato e felice. Anche lui.
Poco dopo escono tutti. La padrona di casa ci serve del thè alla menta, che ormai conosco e amo, in piccoli bicchieri.
Abslem ha ancora poco tempo per stare con noi. Alle quattro deve riattaccare col suo lavoro all’hotel.
Ma prima vuole presentarci a suo suocero che ha un dromedario. Lo dice con fierezza.
Usciamo di casa alla volta dell’altra famiglia che ci sta aspettando.
Entriamo in un piccolo cortile : un dromedario! Finalmente da vicino! Ed ha un piccolo, bianco e lanuginoso : Saul spalanca gli occhi : ci sono anche galline , galli e pulcini e un cagnolino nero attaccato ad una corda che fa le feste a Tullio.
Poi veniamo presentati al capofamiglia : ha un caffè nel sottocasa ed è stato un personaggio locale politicamente in vista : la nuova casa che ci presenta davanti agli occhi ha infatti ,spazi enormi e divani, fatti per ospitare un gran numero di persone.
Gli uomini chiacchierano con Tullio. Io e le donne di casa riusciamo incredibilmente a comunicare in una lingua fatta del mio francese stentato, di gestualità e di sguardi di intesa. Mi promettono che mi insegneranno a fare il cous cous e mi chiedono di andare a trovarle più spesso dal momento che vivo a Gafsa, mi regalano degli oggetti tradizionali di terracotta. Il cuore mi scoppia, non sono abituata a tanto calore.
La visita finisce. Ci pregano di tornare.
Rientriamo in hotel.
Dentro la nostra camera, seduti sul letto, io e Tullio ci guardiamo increduli.
Questo pezzo d’Africa e la sua gente, si sono presi un altro pezzo del nostro cuore, e lo hanno trasformato.
Saul gioca tranquillo con le sue macchinine. Nemmeno un capriccio stasera. Eppure ha mangiato poco o nulla.
Ci  ha visti sorridere .Tutto il tempo. Forse è questo il motivo.

DONNE DI TUNISIA

Le vedo ancora da una finestra,le donne tunisine.

Da fuori,le studentesse qui, a Gafsa : visi truccati e curati,stivali col tacco, cappottino che copra rigorosamente le natiche e capelli coperti.

Da fuori, le donne sui cinquanta : tunica lunga fino ai piedi, velo sui capelli.

Da dentro : vorrei capire meglio come se la passano, le mie sorelle africane.

E incontro Naziah.

E’ la responsabile delle camere qui in albergo.

Al primo incontro,ci chiede se possiamo riportarle dall’Italia un profumo francese originale visto che qua vendono solo imitazioni.

E mi parte il pregiudizio : queste dell’emancipazione si stanno guadagnando solo la

superficie.

Poi un giorno si lamenta con me del troppo lavoro e del fatto che non può mai uscire.

Le dico che la porto con noi per una passeggiata a Gafsa centro.

Durante la passeggiata mi parla di sè,

Genitori e fratelli a Tunisi,lei qui al sud a lavorare.Torna a casa per pochi giorni solo quando la pagano.Lavora tutto il giorno,e poi si ritira nella sua stanzetta.

Avrà massimo trent’anni Naziah. Viso tuccato ma segnato.

Aveva un fidanzato emigrato in Italia.Lo amava e lo ama ancora.

Ma lui non era riuscito a trovare un lavoro stabile e ad ottenere un permesso di soggiorno, e la famiglia di Naziah,dopo otto anni l’ha costretta a lasciarlo.

Ora le hanno combinato un matrimonio.Mi dice che è troppo vecchia e le sta bene così ormai.Il nuovo fidanzato non l’ha mai visto,lo inconterà a breve. La data del matrimonio è fissata a quest’estate.

Di fronte ai miei occhi attoniti mi dice che si” sforzerà “di amarlo.

E io penso che è tutta in quello “sforzarsi di” che ci portiamo addosso fin da piccole, la nostra debolezza.

In Italia come in Africa.

Io voglio…io desidero…a me piace…a me non piace.

A trentun anni,non ancora saprei continuare la frase.

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