chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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Ora d’aria

Giusto una boccata,di pochi minuti,rubata al lavoro.Riemergo un attimo per respirare,che per me significa scrivere.Il respiro quello vero,ce l’ho avuto sempre un po’malandato,ogni tanto la gola ancora mi si chiude e ho fame d’aria.
Da dicembre sono tornata a lavorare, la vita mi é cambiata e forse un poco anche quella di chi mi sta intorno.
Sono tornata nel mondo dei “vivi” da trentenne passata stavolta, con nuove consapevolezze e pronta a farmi carico di qualche responsabilità.
Di nuovo porte,finestre,arredamenti,cantieri e trallallá, e di nuovo a maledire mio padre,che se non fosse stato per la sua azione demolitrice,a quest’ora sarei stata un architetto.
Il lavoro,come prevedevo,mi ha aiutata a guardare la nostra situazione familiare da altri punti di vista e a capire meglio i disagi di mio figlio:il cordone ombelicale é prossimo a rottura e stiamo iniziando ad affrontare seriamente i suoi problemi di deficit di attenzione in sinergia con una psicologa e la scuola.Mi spiazza:per la sua intelligenza così più versatile della mia,per la capacità di arrivare dritto al cuore di ogni persona e portarla dalla sua parte,per gli sforzi che sta facendo,per quanto sta crescendo.
Ho tagliato i capelli,corti.
E mi sembra di essere più me.
Tolto qualche punto fermo,il resto é caos e ricerca,come sempre.
Sono ancora il cratere incandescente di un vulcano,sdoppiata tra la vita”reale” e quella del “sogno”,tra i paletti di un percorso obbligato e le fughe notturne dell’anima per vie che solo lei conosce.

Judo

Cerco di ricordarlo.

Era il 2002 credo, a l’Aquila.

Il secondo anno di Fisica, quello dell’appartamento con la muffa che mi mandò all’ospedale.

Prima di ammalarmi quell’ inverno, feci in tempo ad iniziare ad accorgermi per la prima volta nella mia vita, di avere un corpo.

Non era solo sgraziato, incapace di coordinarsi, inutile, come ero stata educata a pensare : era là e reclamava tutte le attenzioni che in ventuno anni non gli avevo dedicato. Mi diceva che di lì a poco sarebbe scoppiato ( e infatti…), se non avessi dato ascolto ai suoi segnali.

E così, trasportata da non si sa bene quale forza, mi iscrissi al corso di Judo della palestra universitaria a parecchi chilometri dal mio appartamento in centro. Ci sarei andata a piedi da sola, di notte, attraversando anche strade non proprio sicure, ma non mi importava.

Su quel tatami, ho incontrato il Maestro che mi ha fatto conoscere ed amare il Judo e che oggi non c’è più : il Maestro Augusto.

Nella bontà e nella sincerità dei suoi occhi, ho capito che aveva trovato la strada e poteva insegnarmela.

Gli avevo detto che studiavo Fisica e lui mi aveva prestato un libro che custodisco ancora e non potrò mai restituirgli :”La biomeccanica del Judo”.

Il Judo, non è solo un’arte marziale, è un cammino di ricerca che mira al potenziamento reciproco di mente e corpo, attraverso una condotta di vita che deve canalizzare le energie di ognuno nel modo migliore possibile.

Settembre 2015 : Saul è tornato dalla sua seconda lezione di Judo.

Il suo Maestro si chiama Giuseppe. Saul è il più piccolo della compagnia.

Non riesce ad essere disciplinato e per questo viene spesso messo fuori dal tatami per qualche minuto, ma quando è ora di tornare a casa, non ne vuole sapere.

Io lo guardo appoggiata al muro della palestra.

Lo guardo imparare la lealtà, la sincerità, l’amicizia, lo guardo iniziare a conoscere se stesso con i propri limiti e punti di forza.

Ringrazio nel mio cuore, quella grande anima capitata sulla mia strada tredici anni fa e prego perché mio figlio trovi il coraggio di continuare.

Menti splendenti

Le rose sbocciate sono rosa e non bianche. La prima l’avevano mangiata da dentro gli afidi, le altre le ho salvate. Ho pulito i boccioli e li ho impermeabilizzati, spennellandoli con l’olio d’oliva. Ho fatto lo stesso con le foglie macchiate.

Rose

Il garofano è rosso fuoco e ha una testa pesante, posata sulle mattonelle del balcone.

Garofano

“Fiore alza la testa, non addormentarti”, gli dici sollevandolo da terra.

E la testa vorrei insegnare ad alzarla anche a te, liberando prima me.

Colorare nei contorni può mortificare l’intelligenza e io l’ho dimenticato.

La realtà conta di più di certa fantasia, me lo insegni tu.

C’è un cartone fricchettone che parla di una troppo allegra famigliola di tigri politically correct : “Mamma ma le tigri non parlano! E vivono in Asia, nella giungla, non in città!”

Il film delle tartarughe ninja, wow ci sono cresciuta col cartone, tu quale delle quattro vorresti essere? Eh? Eh?

“Mamma sono un bambino, non una tartaruga”.

Non manchiamo quest’occasione : io di ritrovare la mia me perduta, quella che luccicava, e tu di crescere splendente come ancora sei.

Provo a salvare rose e menti fulgide, in attesa di tornare a marciare nel plotone di quelli che producono.

Mi hanno chiamata per farsi rinviare un curriculum : c’eri tu di sottofondo che urlavi per reclamare attenzione.

Non mi hanno più ricontattata.

QUESTA CASA E’ TUTTA UN VELO

Eccomi a casa.

Giro la chiave nella toppa e con cautela rientro a casa “chiaranonmente”.

C’è puzza di chiuso.

Ritorno dopo mesi passati ad alimentare la mia solitudine e il mio voyeurismo su Facebook , mentre le maestre d’asilo di mio figlio mi chiamavano a colloquio per dire di “farlo vedere”  perché non ancora riusciva a stare fermo, ad eseguire gli ordini a  relazionarsi con gli altri.

Boom! Bomba su Facebook.

Boom! Bomba sull’asilo che ti vuole “rincoglionito” e “socialmente abile” a tre anni.

Boom! Bomba sulla mia vita, sui miei pensieri, sulle mie mani che stavano scrivendo racconti.

Nuovo asilo per Saul, dalle suore, chi lo avrebbe mai detto.

Nuova vita per me?

Non esattamente. Sono ancora disoccupata e sola, ma almeno ho smesso di insabbiare questa solitudine con fantasmi di vite altrui, di foto di cani, di gatti, di neonati, di aforismi , di anatemi, di social-pornografia.

La solitudine, mi mangia accanto. Ha il suo volto che assomiglia tanto al mio, e mi va bene così.

E poi c’è questo monolocale, questo blog tanto desiderato, lasciato a impolverarsi.

Ecco sono rientrata.

Spolvero la tavola  e ci metto su una rosa bianca.

Apro la finestra. E’ sera. E’ quasi eternamente sera qui.

Con le mani fasciate e le ferite che bruciano all’aria, mi siedo e scrivo.

FELICITA’

Quarantasette giorni dentro una camera d’albergo.

Ancora niente casa, ancora nessuna data certa di rientro – definitivo o no, nemmeno questo ci è dato sapere – in Italia.

Il morale inizia a cadere.

Mi sveglio al mattino, con la voglia di riaddormentarmi e perdermi in un sogno che diventa immancabilmente un incubo.

Il mio bambino si sveglia, alla luce artificiale di una stanza buia con le finestre piccole. Tra un paio di mesi ci saranno 47 gradi, il sole non deve entrare.

Teletubbies sul pc. Io, più rincoglionita di lui al suo fianco. Colazione con cornetto e succo da concentrato d’arancia : colore arancio fosforescente. Alla mammina del cibo bio e dei giochi educativi ,crolla ogni certezza, a picconate di sensi di colpa .

Non ho scelta, siamo qui per non morire di fame e io mi faccio ancora di questi problemi (come anche il mummy-marketing  attuale comanda del resto)?

Sì.

Saul si butta a terra, prende le misure, vuole capire fin dove può arrivare ad imporre la sua volontà . Non ce la faccio a sollevare mille volte al giorno diciassette (credo) chili di bambino abbandonati per terra a peso morto. Non qui, non con questa testa. E alzo la voce contro di lui,come mai avrei voluto. Ultime picconate per l’icona della mamma ideale che albergava tanto tempo fa dentro me (e che anche la rete mi ha aiutato a costruire).

Sto perdendo di vista quella felicità che credevo di aver afferrato per sempre al mio arrivo in Africa.

Poi stasera usciamo, per il solito thè alla menta per noi e succo d’arancia per Saul (da arance vere stavolta, per alleviare il mio senso di colpa, che al bambino serve INNANZITUTTO la vitamina C…).

Nel bar soliti discorsi cupi tra me e Tullio – si va o si resta? Ce la faremo qui? – mentre Saul tenta la scalata dei divanetti e saltella al ritmo delle canzoni tunisine.

All’improvviso un ragazzo si avvicina, ha dei problemi motori ma lo noto solo dopo, perchè quello che mi colpisce è la purezza disarmante del sorriso che rivolge a mio figlio.

Gli dà un buffetto sulla guancia a significare un bacetto e ci dice “thank you” per averglielo permesso.

Mi spiazza quel grazie, mi stravolge quel sorriso.

Torna poco dopo con una bottiglietta di yogurt da bere alla fragola Danup , per il bambino.

Ancora gioia purissima nei suoi occhi, solo per aver visto mio figlio.

Ed io stasera sono qui a scrivere che della vita non ho ancora capito niente.

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LIBRI DI CARTA PER BAMBINI RICCHI

Pannolini o librino?

Pannolini

Fettina di carne o librino?

Fettina

Yogurt per merenda o librino?

Yogurt

E poi un giorno, i soldi per un librino piccolo piccolo , con colori vividi e disegni essenziali, come piacciono a noi, la mamma li trova.

E’ un librino della Pimpa.Poco più di tre euro.Per noi contano anche quelli adesso.

Al supermercato è pieno di libri per bambini a pochi soldi .

Tra lo scaffale dei prodotti per il bagnetto e gli omogeneizzati.

Ma perchè non mi piacciono? Perchè li trovo anonimi?

Oggi, fatta la spesa, passiamo davanti alla vetrina della libreria del centro commerciale.

I libri per i bambini ricchi.

Da venti euro in su.Li riconosci subito.

Non hanno quell’aria triste, di pubblicazione ” a risparmio”, hanno illustrazioni in copertina strepitose, che ti chiamano da dietro quel vetro.

Di fronte alla libreria c’è il negozio di tv , strapieno di gente oggi, che con l’occasione dello switch off si compra il televisore nuovo, che stasera mangerà latte e biscotti, ma ognuno deve avere una tv nella sua stanza da letto, bambini compresi.

Guardo Saul : nè libri da figlio di frikkettoni benestanti, nè tv in camera.

Ti piace figlio mio?

Pomeriggi e pomeriggi di noia davanti a te.

Ma anche di cieli azzurri, di boschi da esplorare,di gatti da accarezzare,di ginocchia da sbucciare, di pietre da tirare.

Che te ne pare?

INNOCENTI OSSESSIONI

I miei conigliettiiiiiii!!!Dove sono???
Mia sorella Federica, all’epoca decenne, precipitava nella disperazione, ogni qualvolta , mi divertivo, per pura cattiveria, a nasconderle i suoi “preziosi” coniglietti (una famigliola di cinque o sei pupazzetti mini a forma di coniglio).
Oggi, a ventott’anni, mi ha confessato che li custodisce ancora gelosamente.
Guai a chi me li tocca!

Io : appartenente alla categoria degli equilibristi dello scolapiatti, capace di ammassare pentolino su bicchiere, su imbuto, su moka, senza far cadere nulla , pur di non dover asciugare tutto subito,che lo scolaposate lo trasformo in un ammasso irto di lame e rebbi.
Tullio : apre lo sportello e, sbuffando, con aria di disapprovazione, mette a posto ogni singola posata nell’apposito cassetto.
Ma se tra un minuto dobbiamo ritirare tutto fuori che si rimangia?
Tullio : appartenente, alla categoria dei forzati della posata incasellata ai limiti dell’autismo.

Saul e le chichì (tette di mamma): non ne fa più senza : mentre ciuccia da una, con la manina mi fa una visita senologica all’altra.
Tutto a posto mamma?Senti qualche nodulino?
Bastaaa!Rivoglio le mie scomode appendici tutte per me!

Troppo tardi eh?

La mia, innocente ossessione, l’ultima, che io senza almeno un’ossessione non vivo : la pasta madre.
Frequentatrice compulsiva di foodblog newage,frikkettoni,slow, inneggianti all’autoproduzione e quant’altro, mi sono buttata a produrre questo lievito,partendo da una base di sola acqua e farina.
I risultati,per ora pagnotte di pane gommoso e semicrudo, vanno ovviamente testati di volta in volta…
Quanto dovrò aspettare, prima che Tullio, nottetempo, prenda quatto quatto l’odiosa pastella e la faccia “scomparire magicamente” nello scarico del lavandino?

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