chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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Cattiveria

É il modo di comportarsi del cane “captivus”, cioè prigioniero, legato ad una corda, affamato, che guarda il cane libero che corre davanti a lui.
Io quel cane lo capisco, ma non riesco a provare pietà per gli esseri umani come lui, prigionieri del proprio ego gonfio e tronfio, ignoranti, invidiosi, pettegoli, bassi.
Ho lasciato i miei fianchi scoperti, nel mio ritorno in Abruzzo. Pensavo di tornare a casa, tra gli affetti, e invece la pecora e stata condotta al macello e pungolata durante tragitto.
Ai loro occhi, i soldi di un buono stipendio, una che si “ostina” a non trovare lavoro, una famiglia felice: che fastidio.
E allora gli è sfuggito un poco di veleno, dai cuori affamati di disgrazie altrui.
L’ignoranza, così come viene intesa normalmente, non c’entra.
Ho incontrato persone empatiche e belle che non avevano mai aperto un libro, e laureati molto simili al cane di sopra,  che il sapere non é riuscito ad affrancare dalla totale assenza di umanità.
Dopo giornate trascorse a piangere per quello che ho visto e udito, sono tornata nella mia tana di tufo, nella città delle forre, dove qualche rigurgito ancora mi ritrascina sul fondo, ma dove so che devo continuare a combattere ogni giorno, per la MIA famiglia.

Elefante che piange

Del resto qualcuno ha detto…

“Non é forte chi trova la forza di andare avanti,ma chi é capace di andare avanti senza più forze”

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La mia notte

Tesa tra le spie rosse sulle antenne dei ripetitori

una a nord una ad est

minareti nell’oscurità

Puntellata dalle file di luci arancioni dei lampioni fendinebbia

sulle strade nude ritornate autodromi

Luccicante dei brillanti elettrici

del fianco della montagna col paese addosso

Infusa nei miasmi sulfurei dei depuratori

Bucata dall’abbaio di un cane

Ipnotizzata da un motore d’aria condizionata

Bagnata dal pisciare ordinato

delle doccette del prato

della casa difronte

Menti splendenti

Le rose sbocciate sono rosa e non bianche. La prima l’avevano mangiata da dentro gli afidi, le altre le ho salvate. Ho pulito i boccioli e li ho impermeabilizzati, spennellandoli con l’olio d’oliva. Ho fatto lo stesso con le foglie macchiate.

Rose

Il garofano è rosso fuoco e ha una testa pesante, posata sulle mattonelle del balcone.

Garofano

“Fiore alza la testa, non addormentarti”, gli dici sollevandolo da terra.

E la testa vorrei insegnare ad alzarla anche a te, liberando prima me.

Colorare nei contorni può mortificare l’intelligenza e io l’ho dimenticato.

La realtà conta di più di certa fantasia, me lo insegni tu.

C’è un cartone fricchettone che parla di una troppo allegra famigliola di tigri politically correct : “Mamma ma le tigri non parlano! E vivono in Asia, nella giungla, non in città!”

Il film delle tartarughe ninja, wow ci sono cresciuta col cartone, tu quale delle quattro vorresti essere? Eh? Eh?

“Mamma sono un bambino, non una tartaruga”.

Non manchiamo quest’occasione : io di ritrovare la mia me perduta, quella che luccicava, e tu di crescere splendente come ancora sei.

Provo a salvare rose e menti fulgide, in attesa di tornare a marciare nel plotone di quelli che producono.

Mi hanno chiamata per farsi rinviare un curriculum : c’eri tu di sottofondo che urlavi per reclamare attenzione.

Non mi hanno più ricontattata.

Nottate

RosaLa pianta di rosa che mi ha regalato Valeria, ha un bocciolo inaspettato.

L’ho scoperto stamattina, nel mio giro sul balcone per vedere le mie piante rinvigorite dopo l’annaffiatura di stanotte.

Le osservo sempre compiaciuta : al tramonto appassite, al mattino rinate.

Le nottate iniziano dopo Saul, con l’annaffiatura, poi qualche pagina, letta stando allungata su una poltrona Ikea troppo stretta, col collo dolente appoggiato su un bracciolo e gambe e piedi finalmente nudi.

Il libro parla di uva e caffè consumati su un balcone, di sera, di faccia al deserto palestinese, di un uomo e di una donna, della loro vita insieme, raccontata dai loro diversi punti di vista.

Le mie gambe continuano a non volersi fermare, anche quando sono ferme : formicolano, fanno male, mi tormentano, mi tengono sveglia nelle nottate di giugno.

E poi c’è il geco, minuscolo, vispo, a tenermi compagnia sui muri della cucina : si fa vedere sempre alla solita ora e io l’aspetto, piena di stupore bambino ogni volta, e insieme con la sottile paura che possa avvicinarsi troppo.

Fuori dalla finestra, vedo immigrati con i figli al seguito. Escono sempre di notte. Non hanno la pay-tv e nemmeno il condizionatore : la frescura di quelle ore è tutta per loro, e per me che ho i tarli nelle gambe e nel cuore.

La tv di una finestra di fronte camera mia, resta accesa tutta la notte, forse è un malato o una persona sola, come la dolce anziana Lisetta dell’appartamento di fianco al nostro.

Saul ha voluto entrarci, e lei ci ha mostrato la foto del marito morto da poco, che tiene sul comodino.

Ha voluto quella degli ultimi giorni della sua malattia, perché è così che lo ricorda. La vita le sembra inutile senza di lui, fatica ad abituarsi, a trovare un senso.

Mi chiede scusa, se la notte accende un poco la tv, teme che si senta. Lo fa perché non riesce a dormire.

SOSPESI

Ci pensavo, mentre lavavo i bicchieri della colazione stamattina.

Sentivo aggrapparsi quel dolore.

Ma in anestesia. Lo guardavo negli occhi senza paura. Lo chiamavo per nome.

Pensavo agli uccelli che hanno imparato a volare, che nessuna corrente d’aria improvvisa, può più destabilizzare.

Immobili nell’aria, magari quella corrente riescono a sfruttarla per salire più su.

Quelle correnti ballerine sono come questo mare nero familiare che mi risale da dentro.

Che schizza di grigio e poi di petrolio la realtà.

Ma è un istante. E quell’istante lo conosco e lo manovro ormai.

In stallo nell’aria, ferma come un falco sorretta dal dolore.

Gli punto i piedi sopra e mi spingo più su, mi libero dalla sua stretta, ma senza violenza.

Dolcemente e con forza, come un insetto nella sua metamorfosi.

L’aria di questa città a giugno, si fa acqua da respirare.

I vecchietti boccheggiano e vaneggiano sui balconi di questo quartiere ordinato, fino a che qualche badante li riporta dentro.

I bambini, liberi dalle prigioni a ore che chiamano scuole, tornano selvatici e veri e crudeli.

Saul fa velieri con i cuscini del salotto e affonda i piedi nei miei poveri fiori, nei sei o sette vasi del nostro balcone, piegandoli tutti.

Ricordo di quando da piccola torturavo afidi e formiche e spetalavo gerani. Anch’io su un balcone al sole, a sud.

C’è odore di zuppa di cipolle nell’aria a mezzogiorno. I nuovi vicini marocchini con la bambina piccola.

I corpi proporzionati delle donne rumene che camminano affiancate con le buste della spesa, sotto il sole bruciante.

Assomigliano al mio, ma non sono una di loro. E nemmeno una di qui.

I loro cerchi d’oro alle orecchie, i capelli platino o rosso fuoco e le sopracciglia nere, i loro discorsi di cui non riesco ad afferrare le sfumature, gli sguardi fieri, quel bagliore di disprezzo per me,che mi sembra di vedere, e che forse è solo la mia mente a costruire.

In camera da letto ondeggiano tende bianche, semplici, al vento caldo di questo pomeriggio, accarezzando il marmo freddo.

Sul comodino, “Frankestein” di Mary Shelley.

 

 

 

 

 

 

 

ESTATE

Tempo d’estate.

Riscoprire di avere una casa che non è più solo un dormitorio, un letto su cui crollare dopo una giornata passata a lavorare altrove.

Girare dentro stanze che per un po’ di giorni saranno il mio spazio vitale.

Non si può uscire, non ci sono soldi.

C’è da rifamiliarizzare con questi muri, con questo davanticasa  pieno di polvere e di noia.

E poi c’è un bambino sconosciuto che mi guarda. E’ mio figlio : ventuno giorni per riconoscerci, per annusarci, per abbracciarci e poi ci lasceremo di nuovo, io al lavoro, lui al nido.

Dalla cucina, un uomo in pantaloncini e infradito mi volta le spalle : sta cucinando per noi, dice che è l’unica cosa che lo fa stare bene, in questi mesi di assenza forzata dal mondo del lavoro, dal mondo dei vivi, di quelli che hanno un motivo per alzarsi la mattina.

I nostri occhi si cercano.Non siamo stanchi.Era ora.Ci stringiamo.

 

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