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quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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Luoghi

Ho abitato questi luoghi, perché mi tornano in mente.

Li rivivo nei sogni, mi attraversano i pensieri. Nel passato o nel futuro, o nel mentre in un’altra dimensione, li ho vissuti, li vivró, li sto vivendo.

Cammino vestita di un vestito bianco leggero, anche se fa freddo. Intorno a me, rocce che affiorano dall’erba verde di una terra livida, di montagna. Ho il viso con lacrime appena asciugate, il cuore pulito lavato da un qualche dolore, cammino e poi mi fermo a pensare contro il vento freddo,davanti alle rocce che sembrano lapidi.

Un palazzone di periferia, cemento e  sodalizi di vite, per sopravvivere. Sono una bambina che gioca sulla strada o nei cortili. Sono un’ adulta in vestaglia, in una cucina con le mattonelle sul muro e un fornello a gas con la moka sempre sopra e problemi nella testa, problemi di soldi da cavare dal nulla, figli o fratelli da tirare avanti.

Qualche volta la periferia si fa ancora più claustrofobica e pericolosa. I palazzoni diventano mini alloggi che si affacciano su ballatoi comuni, come a Napoli o nel Bronx. E provo paura ad uscire o che qualcuno entri. Ho sempre con me, esseri piú piccoli da proteggere.

Poi c’è la casa dei marmi dalle stanze infinite, separate da tendaggi mossi dal vento. Pavimenti chiari accarezzati da tende leggere, luce bianca e tavolini slanciati con rose grandi, pallide, eleganti. Camini enormi dalle cornici di pietra scolpite in stile neoclassico. Riquadri grandi di finestre che si aprono su paesaggi arcadici. Pensieri lucidi,razionali, come le linee classiche che mi circondano.

La stessa casa, di notte é claustrofobica di labirinti e pesanti velluti e statue classiche e porte che si aprono sul buio di sale cinematografiche o stanze da letto. Sudore per uscirne, paura.

La Cittá, l’unica, la stessa in ogni sogno, con i suoi luoghi ricorrenti, i templi e le architetture imponenti, ancora pietra ovunque, il parco, l’immenso ospedale con i lunghi corridoi, che é anche una scuola/collegio, l’anfiteatro di un piccolo stadio lasciato a cemento, la spiaggia col mare cobalto. La Cittá dove mi perdo e incontro gli amici di un tempo, quelli della mia infanzia e adolescenza: molti di loro mi aiutano e mi proteggono, altri mi sfuggono senza parlarmi, lasciandomi vuota e impotente.

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Passioni

Avevo sette o otto anni.

Mio padre mi obbligava a leggere una favola di Fedro e a trarne la morale.

“Non ci riesco”

“Possibile?Qual è la morale?Qual è?”. Me lo chiedeva con insistenza e urlando, ma io vedevo un racconto di animali e basta.

Quaderni di scuola elementare gettati in aria perché disordinati : i puntini sopra le “i” erano grossi come nocciole, e non c’era pagina senza l’abrasione di una cancellatura o l’onda sinuosa di un’ “orecchia”.

Esercizi supplementari di matematica, negli afosi pomeriggi d’estate.

Pianti.

Mi sentivo un’ idiota e anche goffa, quando mi diceva che non ero coordinata e lo sport non faceva per me.

Anche la manualità e il disegno, a pensarci bene.

Dopo il liceo ho scelto la facoltà di Fisica, per dimostrargli che la forza di volontà di un’ idiota, poteva avere la meglio, a volte.

Non mi sono mai laureata.

I libri nonostante tutto, non sono riuscita mai ad odiarli, preferendo di gran lunga quelli senza morale ma scritti bene.

La manualità, insieme alla scrittura, che è manualità con le parole, mi tiene in vita.

Scrivo, mentre si raffredda la torta di una nuova ricetta, che dovevo assolutamente sperimentare.

La consapevolezza di avere un corpo, scoordinato ma perfetto, me la sono dovuta guadagnare : sono stata ortoressica e dare il lasciapassare a qualsiasi forma di piacere, mi costa ancora fatica.

Le passioni sopravvivono a  qualsiasi tentativo di mortificazione : non si può separare un essere , dalla sua essenza.

GRAZIE PER L’AMORE

Dopodomani saranno trentatré anni che respiro l’aria di questo Pianeta.

E la cosa che si chiama Amore, continua a farsi carne e sangue nelle mani e poi scivola via, per non farsi afferrare.

Non l’ho acchiappata nemmeno stavolta, ma l’ho trattenuta un istante più lungo degli altri.

Ed è bellissima.

E non è solo di chi ha procreato, o di chi ha trovato quell’anima sorella : è di tutti, lo so per certo adesso.

É di chi ha il coraggio di presentarsi col cuore senza difese, di chi non ha paura di sporcarsene, è di chi ama questi giorni assegnati, di dolore e sforzo, e noia e sconfitta e malattia, e tenerezza e istanti di pura felicità ,e abbracci nella notte e risate di bambini.

E non so ancora come spenderli questi talenti che pesano ogni giorno di più, in questa bisaccia di viandante.

E la paura di non poterli impiegare più, e la colpa di averli sprecati, mi annebbia i pensieri.

Ma l’Amore mi tende la mano, mi dice che niente è perduto, che la strada è quella giusta.

Trentatré anni : grazie per l’ Amore, per quello ricevuto, per quello dato, per quello ritrovato.

Foto scattata da Saul

Foto scattata da Saul

NIENTE É COME SEMBRA

Questa Tramontana che soffia incessantemente da ieri sera, mi ha messo una perla tra le dita, mi ha anestetizzato il cuore perché dalla sua spaccatura indolenzita, potessi tirare fuori qualche parola, senza farmi troppo male.

Niente è come sembra.

Pensavo che saper scrivere bastasse.

Per poter guadagnare il pane con le tue parole, devi farle prostituire per pochi spiccioli.

Ad ognuna una monetina, ad alcune, giudicate indegne, accessorie, insignificanti, neanche quella.

Ho smesso di studiare Fisica perché l’amavo, perché avevo capito che non avrei potuto dedicarle la vita.

Non posso smettere,allo stesso modo, di scrivere, perché sarebbe come comandare al cuore di fermarsi, ma non svenderò le mie parole.

Niente è come sembra.

Un lavoro ben pagato, promesse di un impiego anche per me, una casa bellissima.

E invece, domani, lui partirà per un posto lontano, a vendere il suo saper fare, se vorrà guadagnare il pane per la nostra famiglia, le promesse nei miei riguardi sono andate a farsi fottere, la casa bellissima ha il cesso rotto e il frigo che non raffredda.

Niente è come sembra.

Credevo di essere una buona madre, volevo avvicinarmi alla perfezione, e, tutta impegnata a fare questo, stavo soffocando mio figlio, impedendogli di crescere.

Evitandogli il dolore, dissipandogli la noia, affogandolo d’amore, pensavo di fare bene.

E ora devo ritirare piano piano, il garbuglio dei miei rovi, perché il suo arbusto possa svilupparsi.

Niente è come sembra.

Una donna davanti ad un pc,alle dieci del mattino, con una tazza di thè vuota di fianco.

Disoccupata.

Madre sbagliata.

Che passerà una domenica (e un lunedì,martedì e mercoledì) sola con suo figlio e il marito all’estero a lavorare.

Schermata dal mondo da un velo di ombretto.

No, non è una donna finita, ma una che ha appena iniziato a combattere.

ALLE ORIGINI

Tutto è partito dal rumore bianco.

In realtà, non sapevo neanche che si chiamasse così.

Cercavo,una mattina di neri e insistenti pensieri, un rumore che mi tranquillizzasse,proprio un rumore, non una melodia.

Un suono che mi riportasse alla Natura, all’unica Casa che sento mia : onde del mare, pioggia, vento.

Sulla schermata di Youtube , mi apparivano,  insieme ai filmati di riproduzione di suoni naturali, la registrazione del suono del phon, quello della lavatrice, quello dell’aspirapolvere.

Il suono del phon! Quando ero piccola riusciva a regalarmi una pace immensa, lo ricordo perfettamente, e mi richiamava immagini del deserto, del Sahara,dove poi sarei  effettivamente andata.

Quel rumore lo sentivo come  una parte di me, una voce che mi raccontava una storia che già sapevo, e per questo rassicurante.

Mi sono documentata, è tutto spiegabile, è “scientifico” : ci calmiamo al suono dei “rumori bianchi”.

Come la luce bianca è data dall’insieme di onde elettromagnetiche di tutte le frequenze dello spettro visibile, così il rumore bianco idealmente (nella realtà è un poco diverso), è dato dalla sommatoria delle diverse frequenze sonore,tutte alla stessa ampiezza e senza periodicità, ed è una carezza per il nostro cervello.

Da qui mi è partita qualche intuizione.

E se noi fossimo stati “luce bianca” e “rumore bianco”,se l’Universo fosse il risultato di un passaggio attraverso una specie di “prisma spazio-temporale”, che ha scomposto quell’unità nelle diversità che oggi conosciamo, esattamente come la scomposizione di un fascio di luce bianca attraverso un prisma ottico?

E se il nostro cervello fosse concepito per gestire questa diversità, per classificare, per creare interconnessioni, per trovare coincidenze, insomma per tenere insieme il tutto e non farci “impazzire” al ricordo di quell’unità che eravamo e che qualche mistico riesce a toccare per un poco o che qualcuno, più semplicemente,prova a rievocare, con le sensazioni suscitate da un rumore bianco?

All’inizio è smarrimento, di fronte a questo fascio di vibrazioni tutte diverse, che mettono in crisi il cervello, che vorrebbe provare ad ordinarle, poi ci lasciamo cullare.

Saul per esempio, ha una paura terribile del rumore bianco della tv,quello dello schermo a “pallini” non sintonizzato su alcun canale.
lo
Da piccola, proprio come Saul, ricordo perfettamente di essere stata più sensibile ai richiami di quel Tutto originale, essendo forse il cervello ancora poco abile in quel processo di scissione e il ricordo di quello che ero stata, temporalmente più vicino e quindi più vivido. In altre parole, il phon o il vento, riuscivano a rilassarmi immediatamente e ad evocarmi immagini, mentre oggi faccio più fatica, mi sento terribilmente “scissa”, rispetto ad allora.

I pensieri, le preoccupazioni, le ansie, riescono ad avere la meglio : è il cervello che si/ci sta difendendo e fa il suo lavoro perché questa realtà continui ad esistere?

 

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