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quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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Ora d’aria

Giusto una boccata,di pochi minuti,rubata al lavoro.Riemergo un attimo per respirare,che per me significa scrivere.Il respiro quello vero,ce l’ho avuto sempre un po’malandato,ogni tanto la gola ancora mi si chiude e ho fame d’aria.
Da dicembre sono tornata a lavorare, la vita mi é cambiata e forse un poco anche quella di chi mi sta intorno.
Sono tornata nel mondo dei “vivi” da trentenne passata stavolta, con nuove consapevolezze e pronta a farmi carico di qualche responsabilità.
Di nuovo porte,finestre,arredamenti,cantieri e trallallá, e di nuovo a maledire mio padre,che se non fosse stato per la sua azione demolitrice,a quest’ora sarei stata un architetto.
Il lavoro,come prevedevo,mi ha aiutata a guardare la nostra situazione familiare da altri punti di vista e a capire meglio i disagi di mio figlio:il cordone ombelicale é prossimo a rottura e stiamo iniziando ad affrontare seriamente i suoi problemi di deficit di attenzione in sinergia con una psicologa e la scuola.Mi spiazza:per la sua intelligenza così più versatile della mia,per la capacità di arrivare dritto al cuore di ogni persona e portarla dalla sua parte,per gli sforzi che sta facendo,per quanto sta crescendo.
Ho tagliato i capelli,corti.
E mi sembra di essere più me.
Tolto qualche punto fermo,il resto é caos e ricerca,come sempre.
Sono ancora il cratere incandescente di un vulcano,sdoppiata tra la vita”reale” e quella del “sogno”,tra i paletti di un percorso obbligato e le fughe notturne dell’anima per vie che solo lei conosce.

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A tappeto

E alla fine ci sono tornata su quel tatami : per accompagnare Saul nel suo percorso di adattamento al judo.

Bella scusa.

Ci sono tornata perché il combattimento mi accompagna dentro da una vita, popola i miei sogni la notte e non poteva non trovare un suo corrispettivo anche fuori.

E poi la mente, perennemente a caccia di coincidenze e connessioni, mi fa anche fantasticare che qualcuno da qualche altra dimensione, sia intervenuto perché ciò accadesse. Maestro Augusto, mi viene da sorridere, ma confesso che ci ho pensato.

E ho anche pensato che qualcuno ancora più in alto, qualcuno a cui non credo da tempo, abbia voluto usare il suo vecchio metodo di Chiara al tappeto, sbattuta faccia a terra, e vediamo come ti rialzi e stavolta cosa hai imparato.

Eh sì caro vecchio barbuto assiso nei cieli, ho fantasticato anche di te.

Anche la mattina che hai messo di nuovo qualcuno su questa strada ad insinuarmi il dubbio.

Mentre preparavo il locale per il compleanno della mia spina nel fianco altrimenti detta Saul, è piombata Paola, l’animatrice della festa.

Annusata e riconosciuta da tempo. Pure lei una che ama cadere faccia a terra sui tappeti per rialzarsi più forte di prima.

Dopo esserci scambiate qualche pezzo non facile delle nostre vite, mi ha detto : “Chi credi che mi abbia voluto far parlare con te oggi? Torna a lavorare per lui, ma in maniera diversa, dal basso, sporcandoti veramente le mani e mischiandoti alla gente.Qual è il tuo talento? Usalo!”.

Sbadabam! Faccia a terra.Quale Chiara si rialzerà adesso?

Judo

Cerco di ricordarlo.

Era il 2002 credo, a l’Aquila.

Il secondo anno di Fisica, quello dell’appartamento con la muffa che mi mandò all’ospedale.

Prima di ammalarmi quell’ inverno, feci in tempo ad iniziare ad accorgermi per la prima volta nella mia vita, di avere un corpo.

Non era solo sgraziato, incapace di coordinarsi, inutile, come ero stata educata a pensare : era là e reclamava tutte le attenzioni che in ventuno anni non gli avevo dedicato. Mi diceva che di lì a poco sarebbe scoppiato ( e infatti…), se non avessi dato ascolto ai suoi segnali.

E così, trasportata da non si sa bene quale forza, mi iscrissi al corso di Judo della palestra universitaria a parecchi chilometri dal mio appartamento in centro. Ci sarei andata a piedi da sola, di notte, attraversando anche strade non proprio sicure, ma non mi importava.

Su quel tatami, ho incontrato il Maestro che mi ha fatto conoscere ed amare il Judo e che oggi non c’è più : il Maestro Augusto.

Nella bontà e nella sincerità dei suoi occhi, ho capito che aveva trovato la strada e poteva insegnarmela.

Gli avevo detto che studiavo Fisica e lui mi aveva prestato un libro che custodisco ancora e non potrò mai restituirgli :”La biomeccanica del Judo”.

Il Judo, non è solo un’arte marziale, è un cammino di ricerca che mira al potenziamento reciproco di mente e corpo, attraverso una condotta di vita che deve canalizzare le energie di ognuno nel modo migliore possibile.

Settembre 2015 : Saul è tornato dalla sua seconda lezione di Judo.

Il suo Maestro si chiama Giuseppe. Saul è il più piccolo della compagnia.

Non riesce ad essere disciplinato e per questo viene spesso messo fuori dal tatami per qualche minuto, ma quando è ora di tornare a casa, non ne vuole sapere.

Io lo guardo appoggiata al muro della palestra.

Lo guardo imparare la lealtà, la sincerità, l’amicizia, lo guardo iniziare a conoscere se stesso con i propri limiti e punti di forza.

Ringrazio nel mio cuore, quella grande anima capitata sulla mia strada tredici anni fa e prego perché mio figlio trovi il coraggio di continuare.

Passioni

Avevo sette o otto anni.

Mio padre mi obbligava a leggere una favola di Fedro e a trarne la morale.

“Non ci riesco”

“Possibile?Qual è la morale?Qual è?”. Me lo chiedeva con insistenza e urlando, ma io vedevo un racconto di animali e basta.

Quaderni di scuola elementare gettati in aria perché disordinati : i puntini sopra le “i” erano grossi come nocciole, e non c’era pagina senza l’abrasione di una cancellatura o l’onda sinuosa di un’ “orecchia”.

Esercizi supplementari di matematica, negli afosi pomeriggi d’estate.

Pianti.

Mi sentivo un’ idiota e anche goffa, quando mi diceva che non ero coordinata e lo sport non faceva per me.

Anche la manualità e il disegno, a pensarci bene.

Dopo il liceo ho scelto la facoltà di Fisica, per dimostrargli che la forza di volontà di un’ idiota, poteva avere la meglio, a volte.

Non mi sono mai laureata.

I libri nonostante tutto, non sono riuscita mai ad odiarli, preferendo di gran lunga quelli senza morale ma scritti bene.

La manualità, insieme alla scrittura, che è manualità con le parole, mi tiene in vita.

Scrivo, mentre si raffredda la torta di una nuova ricetta, che dovevo assolutamente sperimentare.

La consapevolezza di avere un corpo, scoordinato ma perfetto, me la sono dovuta guadagnare : sono stata ortoressica e dare il lasciapassare a qualsiasi forma di piacere, mi costa ancora fatica.

Le passioni sopravvivono a  qualsiasi tentativo di mortificazione : non si può separare un essere , dalla sua essenza.

Ricapitolare

Svegli con la nebbia stamattina.

E una pioggerella fine che bagna le lenzuola che ho steso nel terrazzo condominiale, e che non posso ritirare.

Siamo bloccati a casa a far passare la varicella, con le corse all’aria aperta bloccate nelle gambe lui, e la nostalgia di sole in faccia io, che si somma a tutte le altre.

Faccio colazione con pane e nutella e un litro di camomilla, per affrontare questa giornata senza disintegrarmici contro in un urto frontale, lasciando che mi passi attraverso, come due treni fantasma che corrono in direzioni opposte.

Ieri ho letto un altro pezzo de “L’arte di sognare”.

Lo sciamano dava a Carlos un’ altra istruzione per guadagnare energia : apprendere e mettere in pratica l’arte della “ricapitolazione”.

Gli eventi della nostra vita, gli incontri fatti, spesso li ingoiamo senza digerirli, e vanno a finire non metabolizzati, da qualche parte dentro di noi, accumulandosi e generando caos che ci ruba energia.

Potremmo invece sfruttarli a nostro favore per sviluppare la mobilità del nostro corpo energetico.

Il meccanismo da mettere in atto è quello della “ricapitolazione” : richiamare alla memoria e rivivere, più accadimenti e più persone possibili del nostro passato, sforzandosi di riportare in vita anche tutte le emozioni e i dettagli legati ad una particolare situazione e poi, dopo averla sezionata, metterla via, in una sorta di catalogo immaginario, per ripescarla facilmente all’occorrenza.

Per me che ho imparato a dimenticare per salvarmi la pelle, sarà una sfida, ma dovrò decidermi ad affrontarla, se voglio raggiungere la mia nuova consapevolezza.

COME IL VENTO

Come il vento muto e non ho dimora.
Ti lambisco il viso con dolcezza o lo taglio col freddo che mi abita dentro.

Passano in fretta questi giorni di gennaio,in una casa appena occupata.
Noi tre,mamma,bimbo e papà,a dormire in un solo letto.
Tu piccolo amore, fai sogni spensierati, con le tue gambe sempre più lunghe, intrecciate alle nostre.
Tuo padre dorme il sonno pesante di chi lavora tredici ore al giorno.
Io fisso il buio della camera e conto le ore alla notte.
Dove saremo domani?Dove moriranno i giorni di febbraio?Tu riuscirai ad ambientarti di nuovo?Altrove?
Io riuscirò a tenere ancora le fila di questa famiglia, come un bravo acrobata, senza cadere mai, che la rete non c’è?
Non ho risposte.
Sento crescere un poco di saggezza, a scapito della nostalgia che mi stringe alla gola.

La saggezza deriva dallo stare imparando ad essere vento.
Si diventa quello che si è, ed occorre esattamente una vita per farlo.
Ed allora voglio metterci piú tempo che posso, perché questa vita,credo di amarla.

CONCEZIONI

La luce fredda,dorata, dei pomeriggi di dicembre,non sembra nemmeno appartenere alla Terra.
Mi sento come la prima donna, di fronte alla prima alba che occhi umani ricordino.
E come quella donna,ho il cuore ricolmo di possibilità,e le mani impazienti di dare forma a qualcosa.
Per ora,hanno plasmato un albero di Natale,dalle assi di una cassetta di legno che conteneva arance.
Lo guardo adesso,con le lucine che lo solleticano di allegria elettrica e Saul che ci saltella intorno,iperagitato e felice.
La mia cura é nelle mie mani.

GRAZIE PER L’AMORE

Dopodomani saranno trentatré anni che respiro l’aria di questo Pianeta.

E la cosa che si chiama Amore, continua a farsi carne e sangue nelle mani e poi scivola via, per non farsi afferrare.

Non l’ho acchiappata nemmeno stavolta, ma l’ho trattenuta un istante più lungo degli altri.

Ed è bellissima.

E non è solo di chi ha procreato, o di chi ha trovato quell’anima sorella : è di tutti, lo so per certo adesso.

É di chi ha il coraggio di presentarsi col cuore senza difese, di chi non ha paura di sporcarsene, è di chi ama questi giorni assegnati, di dolore e sforzo, e noia e sconfitta e malattia, e tenerezza e istanti di pura felicità ,e abbracci nella notte e risate di bambini.

E non so ancora come spenderli questi talenti che pesano ogni giorno di più, in questa bisaccia di viandante.

E la paura di non poterli impiegare più, e la colpa di averli sprecati, mi annebbia i pensieri.

Ma l’Amore mi tende la mano, mi dice che niente è perduto, che la strada è quella giusta.

Trentatré anni : grazie per l’ Amore, per quello ricevuto, per quello dato, per quello ritrovato.

Foto scattata da Saul

Foto scattata da Saul

ALTRO DA ME

Ci ho messo quasi trentatré anni per vedere spuntare in me questa mutazione.

Incontravo qualcuno e quel qualcuno diventava me, il suo sentire il mio, i suoi problemi da risolvere, i miei, in una specie di empatia estrema. Giornate passate lontano da me, nelle vite immaginate degli altri.

Poi la mutazione, a suon di botte ricevute, a forza di vedere che loro non si comportavano affatto come avrei fatto io al loro posto, che la bassezza esiste e qualcuno ne fa ampio uso, che esistono punti di vista completamente diversi e vite giocate su altri piani, che fosse legittimo disinteressarsene e affrontare con coraggio la persona da cui stavo scappando : me stessa.

Sto leggendo “La deriva dei continenti” di Russel Banks, ad un certo punto dice che :”Quando cerchi di conquistare l’amore di qualcuno che ti somiglia per sesso, carattere, cultura o tipo fisico, lo fai perché ami proprio quegli aspetti di te, ma quando cerchi l’amore di qualcuno diverso da te, è di te stesso che vuoi liberarti”.

In quei due verbi “conquistare” e “cercare” c’è la chiave.

La conquista è un processo lungo e pieno di ostacoli, attraverso l’altro devi fare i conti anche con quello che detesti di te, ma alla fine avrai padronanza completa del tuo essere.

In quel “cercare”, c’è il bisogno spasmodico di una verità già pronta, di un buco nero in cui gettarsi per autodistruggersi, poco importa se con la speranza di rinascere poi.

In un’altra vita, il mio desiderio era proprio quello : autodistruggermi.

Oggi ho accettato la sfida. Voglio fronteggiarmi e conquistarmi ,senza paura di mettere la giusta distanza tra me e chi non mi assomiglia.

 

 

SOGNARE PER CAPIRE

Nei miei sogni di un tempo, lasciavo entrare anche la morale che mi guida nella realtà da sveglia, tanto che le questioni più profonde non riuscivano ad emergere.

Anche nei sogni, rimanevano parole non dette, azioni represse.

Al risveglio,un profondo senso di frustrazione e la sensazione di non aver dato ascolto a qualcosa.

Oggi, mi sveglio distrutta e col cuore in frantumi e il corpo stanco ,perchè nel sogno agisco senza troppi freni e vado oltre.

Al risveglio, mi basta ripercorrere quello che è successo per capire.

Capire i miei bisogni, capire i nodi irrisolti, capire i miei punti deboli e quelli di forza, capire l’origine di alcune ferite e provare a curarle.

Il prossimo passo ,sarà riuscire a fare quello che in alcune tribù, alcuni esseri umani,ancora riescono a fare : sognare SOGNI LUCIDI.

Avere cioè, nel sogno, la consapevolezza di stare sognando e di stare agendo in una realtà altra.In altre parole,accorgersi durante il sogno, di stare sognando.

Nel momento in cui si acquista questa consapevolezza,si può trarre il massimo vantaggio dai sogni.

Si possono porre domande,alle figure che ci appaiono, per avere risposte su noi stessi,si possono provare a superare certi nostri limiti, perchè la dimensione onirica non ha le stesse restrizioni della realtà fisica e si è quindi agevolati, si possono risolvere conflitti.

Tutto questo, ovviamente, come una sorta di “palestra”  o banco di prova per poter meglio affrontare i problemi nella dimensione “reale” di veglia, se non altro, con maggiore consapevolezza di noi stessi.

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