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quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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A tappeto

E alla fine ci sono tornata su quel tatami : per accompagnare Saul nel suo percorso di adattamento al judo.

Bella scusa.

Ci sono tornata perché il combattimento mi accompagna dentro da una vita, popola i miei sogni la notte e non poteva non trovare un suo corrispettivo anche fuori.

E poi la mente, perennemente a caccia di coincidenze e connessioni, mi fa anche fantasticare che qualcuno da qualche altra dimensione, sia intervenuto perché ciò accadesse. Maestro Augusto, mi viene da sorridere, ma confesso che ci ho pensato.

E ho anche pensato che qualcuno ancora più in alto, qualcuno a cui non credo da tempo, abbia voluto usare il suo vecchio metodo di Chiara al tappeto, sbattuta faccia a terra, e vediamo come ti rialzi e stavolta cosa hai imparato.

Eh sì caro vecchio barbuto assiso nei cieli, ho fantasticato anche di te.

Anche la mattina che hai messo di nuovo qualcuno su questa strada ad insinuarmi il dubbio.

Mentre preparavo il locale per il compleanno della mia spina nel fianco altrimenti detta Saul, è piombata Paola, l’animatrice della festa.

Annusata e riconosciuta da tempo. Pure lei una che ama cadere faccia a terra sui tappeti per rialzarsi più forte di prima.

Dopo esserci scambiate qualche pezzo non facile delle nostre vite, mi ha detto : “Chi credi che mi abbia voluto far parlare con te oggi? Torna a lavorare per lui, ma in maniera diversa, dal basso, sporcandoti veramente le mani e mischiandoti alla gente.Qual è il tuo talento? Usalo!”.

Sbadabam! Faccia a terra.Quale Chiara si rialzerà adesso?

Cattiveria

É il modo di comportarsi del cane “captivus”, cioè prigioniero, legato ad una corda, affamato, che guarda il cane libero che corre davanti a lui.
Io quel cane lo capisco, ma non riesco a provare pietà per gli esseri umani come lui, prigionieri del proprio ego gonfio e tronfio, ignoranti, invidiosi, pettegoli, bassi.
Ho lasciato i miei fianchi scoperti, nel mio ritorno in Abruzzo. Pensavo di tornare a casa, tra gli affetti, e invece la pecora e stata condotta al macello e pungolata durante tragitto.
Ai loro occhi, i soldi di un buono stipendio, una che si “ostina” a non trovare lavoro, una famiglia felice: che fastidio.
E allora gli è sfuggito un poco di veleno, dai cuori affamati di disgrazie altrui.
L’ignoranza, così come viene intesa normalmente, non c’entra.
Ho incontrato persone empatiche e belle che non avevano mai aperto un libro, e laureati molto simili al cane di sopra,  che il sapere non é riuscito ad affrancare dalla totale assenza di umanità.
Dopo giornate trascorse a piangere per quello che ho visto e udito, sono tornata nella mia tana di tufo, nella città delle forre, dove qualche rigurgito ancora mi ritrascina sul fondo, ma dove so che devo continuare a combattere ogni giorno, per la MIA famiglia.

Elefante che piange

Del resto qualcuno ha detto…

“Non é forte chi trova la forza di andare avanti,ma chi é capace di andare avanti senza più forze”

CICATRICI

Mi guardo allo specchio.

Sto invecchiando e il mio corpo finalmente inizia a raccontare.

“Quando lo dirai ai tuoi nipoti non crederanno che qua avevi un neo, vedrai”, mi diceva la dottoressa affondandomi il bisturi all’incrocio tra gamba e inguine.Era magra, bruna, scattante e sapeva di sigaretta.

Ricordo che in sala d’attesa dopo piansi. Non avevo mai firmato un consenso informato per l’anestesia, ed ero andata da sola quel giorno.

Mio padre morto da un mese, mia madre in una casa di cura per depressione, mio fratello di otto anni a casa, mi sentivo addosso puzza di morte.

Capii alla fine, che ad ogni mio scatto di coraggio ad occhi chiusi, corrisponde un contraccolpo fatto di lacrime solitarie postume (legge tuttora valida).

Sotto il mento c’è n’è un’ altra, di cicatrice bella larga, punti allentati, reparto macelleria del prontosoccorso, e i lembi della mia pelle si presero il loro spazio.

Era una sera d’agosto nel ristorante in cui lavoravo come cameriera contro la volontà dei miei (è sconveniente che una figlia di borghesi lavori per mantenersi gli studi). In cucina scivolavo sul grasso del pavimento e il piatto di vetro che avevo in mano mi si rompeva sotto la faccia. Panico sui volti dei proprietari : non ero assunta. Il sangue non si fermava. Al prontosoccorso dicevo di esser caduta a casa e il macellaio di turno mi rappezzava il mento.

Dopo tre giorni, a tavola, mio padre si accorse che avevo qualcosa di strano sul viso : “Non è niente, due punti”. Non avrei rinunciato a quel lavoro da venti euro al giorno, per niente al mondo.

La mia pancia non sarà mai più la stessa : mi hanno tagliato i muscoli addominali perchè quattro chili e cento di “creatura” scalpitante potessero venire fuori : “Allora signora, lo facciamo questo cesareo?”.

Avevo vomitato l’anima (la “creatura” anzichè spingere verso l’esterno, si dilettava , e si diverte ancora, a premermi sullo stomaco), piegata in una contrazione, implorai il taglio alla dottoressa bionda stavolta. ma di nuovo magra, scattante e al gusto di sigaretta.

Non avrei mai più potuto raccontare di urla strazianti e vagine squarciate e punti da macelleria ad altre donne in procinto di partorire.

Pazienza.

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