chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

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Flaminia

Le due.La terrazza davanti casa é un bagno di sole.Le foglie della vegetazione qui intorno dondolano languide.
Mi siedo un attimo qua fuori e ti guardo.
Sei con noi da pochi mesi e già ti ho persa e ritrovata una volta.La mattina quando preparo il caffè,ti strusci contro le mie caviglie.Sei il collegamento alla parte più vera e forte di me : quella dell’animale.
Sei la mia gatta dagli occhi di giada.Sei incinta,ti scaldi al sole.
Ti guardo,chiudo gli occhi e inspiro.
Ad ogni immersione,mi calo dentro l’anima in lacrime ed in lacrime riemergo.
Qualcosa non va.Vieni gatta mia,dimmi con gli occhi che tutto va bene,che sono anch’io parte di tutto questo e che la Natura penserá anche per me.

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A tappeto

E alla fine ci sono tornata su quel tatami : per accompagnare Saul nel suo percorso di adattamento al judo.

Bella scusa.

Ci sono tornata perché il combattimento mi accompagna dentro da una vita, popola i miei sogni la notte e non poteva non trovare un suo corrispettivo anche fuori.

E poi la mente, perennemente a caccia di coincidenze e connessioni, mi fa anche fantasticare che qualcuno da qualche altra dimensione, sia intervenuto perché ciò accadesse. Maestro Augusto, mi viene da sorridere, ma confesso che ci ho pensato.

E ho anche pensato che qualcuno ancora più in alto, qualcuno a cui non credo da tempo, abbia voluto usare il suo vecchio metodo di Chiara al tappeto, sbattuta faccia a terra, e vediamo come ti rialzi e stavolta cosa hai imparato.

Eh sì caro vecchio barbuto assiso nei cieli, ho fantasticato anche di te.

Anche la mattina che hai messo di nuovo qualcuno su questa strada ad insinuarmi il dubbio.

Mentre preparavo il locale per il compleanno della mia spina nel fianco altrimenti detta Saul, è piombata Paola, l’animatrice della festa.

Annusata e riconosciuta da tempo. Pure lei una che ama cadere faccia a terra sui tappeti per rialzarsi più forte di prima.

Dopo esserci scambiate qualche pezzo non facile delle nostre vite, mi ha detto : “Chi credi che mi abbia voluto far parlare con te oggi? Torna a lavorare per lui, ma in maniera diversa, dal basso, sporcandoti veramente le mani e mischiandoti alla gente.Qual è il tuo talento? Usalo!”.

Sbadabam! Faccia a terra.Quale Chiara si rialzerà adesso?

Luoghi

Ho abitato questi luoghi, perché mi tornano in mente.

Li rivivo nei sogni, mi attraversano i pensieri. Nel passato o nel futuro, o nel mentre in un’altra dimensione, li ho vissuti, li vivró, li sto vivendo.

Cammino vestita di un vestito bianco leggero, anche se fa freddo. Intorno a me, rocce che affiorano dall’erba verde di una terra livida, di montagna. Ho il viso con lacrime appena asciugate, il cuore pulito lavato da un qualche dolore, cammino e poi mi fermo a pensare contro il vento freddo,davanti alle rocce che sembrano lapidi.

Un palazzone di periferia, cemento e  sodalizi di vite, per sopravvivere. Sono una bambina che gioca sulla strada o nei cortili. Sono un’ adulta in vestaglia, in una cucina con le mattonelle sul muro e un fornello a gas con la moka sempre sopra e problemi nella testa, problemi di soldi da cavare dal nulla, figli o fratelli da tirare avanti.

Qualche volta la periferia si fa ancora più claustrofobica e pericolosa. I palazzoni diventano mini alloggi che si affacciano su ballatoi comuni, come a Napoli o nel Bronx. E provo paura ad uscire o che qualcuno entri. Ho sempre con me, esseri piú piccoli da proteggere.

Poi c’è la casa dei marmi dalle stanze infinite, separate da tendaggi mossi dal vento. Pavimenti chiari accarezzati da tende leggere, luce bianca e tavolini slanciati con rose grandi, pallide, eleganti. Camini enormi dalle cornici di pietra scolpite in stile neoclassico. Riquadri grandi di finestre che si aprono su paesaggi arcadici. Pensieri lucidi,razionali, come le linee classiche che mi circondano.

La stessa casa, di notte é claustrofobica di labirinti e pesanti velluti e statue classiche e porte che si aprono sul buio di sale cinematografiche o stanze da letto. Sudore per uscirne, paura.

La Cittá, l’unica, la stessa in ogni sogno, con i suoi luoghi ricorrenti, i templi e le architetture imponenti, ancora pietra ovunque, il parco, l’immenso ospedale con i lunghi corridoi, che é anche una scuola/collegio, l’anfiteatro di un piccolo stadio lasciato a cemento, la spiaggia col mare cobalto. La Cittá dove mi perdo e incontro gli amici di un tempo, quelli della mia infanzia e adolescenza: molti di loro mi aiutano e mi proteggono, altri mi sfuggono senza parlarmi, lasciandomi vuota e impotente.

CONCEZIONI

La luce fredda,dorata, dei pomeriggi di dicembre,non sembra nemmeno appartenere alla Terra.
Mi sento come la prima donna, di fronte alla prima alba che occhi umani ricordino.
E come quella donna,ho il cuore ricolmo di possibilità,e le mani impazienti di dare forma a qualcosa.
Per ora,hanno plasmato un albero di Natale,dalle assi di una cassetta di legno che conteneva arance.
Lo guardo adesso,con le lucine che lo solleticano di allegria elettrica e Saul che ci saltella intorno,iperagitato e felice.
La mia cura é nelle mie mani.

SENZA RIPOSO

L’hanno chiamata sindrome delle gambe senza riposo (Syndrome of Restless Legs).
É l’impossibilità di tenere le gambe, ferme nella stessa posizione, per più di qualche secondo.
É la necessità impellente di muoverle,in preda ad una forza che ti impugna da dentro, e che ti obbliga a non addormentarti, se non per sfinimento.
SRL, stanotte mi ha distrutta e spaventata.
Mi sentivo precipitare in un vortice di nervi incontrollabili e il bisogno di aggrapparmi a qualcosa, senza allo stesso tempo, poter rimanere ferma.
É la prima volta che mi scuote così.
É un malfunzionamento nella produzione di dopamina, dicono.
É una porta lasciata socchiusa, dalla quale l’inondazione che ho dentro,
approfitta per traboccare un po’ fuori.
É roba da donne,é carenza di ferro,é stress accumulato,é Anima che sente,é Anima che reagisce.
É un cavallo selvaggio, e io ci sto sopra, a pelo, con le dita serrate nella sua criniera, combatto per non cadere.

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