chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivio per la categoria “trent’anni”

Flaminia

Le due.La terrazza davanti casa é un bagno di sole.Le foglie della vegetazione qui intorno dondolano languide.
Mi siedo un attimo qua fuori e ti guardo.
Sei con noi da pochi mesi e già ti ho persa e ritrovata una volta.La mattina quando preparo il caffè,ti strusci contro le mie caviglie.Sei il collegamento alla parte più vera e forte di me : quella dell’animale.
Sei la mia gatta dagli occhi di giada.Sei incinta,ti scaldi al sole.
Ti guardo,chiudo gli occhi e inspiro.
Ad ogni immersione,mi calo dentro l’anima in lacrime ed in lacrime riemergo.
Qualcosa non va.Vieni gatta mia,dimmi con gli occhi che tutto va bene,che sono anch’io parte di tutto questo e che la Natura penserá anche per me.

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Ora d’aria

Giusto una boccata,di pochi minuti,rubata al lavoro.Riemergo un attimo per respirare,che per me significa scrivere.Il respiro quello vero,ce l’ho avuto sempre un po’malandato,ogni tanto la gola ancora mi si chiude e ho fame d’aria.
Da dicembre sono tornata a lavorare, la vita mi é cambiata e forse un poco anche quella di chi mi sta intorno.
Sono tornata nel mondo dei “vivi” da trentenne passata stavolta, con nuove consapevolezze e pronta a farmi carico di qualche responsabilità.
Di nuovo porte,finestre,arredamenti,cantieri e trallallá, e di nuovo a maledire mio padre,che se non fosse stato per la sua azione demolitrice,a quest’ora sarei stata un architetto.
Il lavoro,come prevedevo,mi ha aiutata a guardare la nostra situazione familiare da altri punti di vista e a capire meglio i disagi di mio figlio:il cordone ombelicale é prossimo a rottura e stiamo iniziando ad affrontare seriamente i suoi problemi di deficit di attenzione in sinergia con una psicologa e la scuola.Mi spiazza:per la sua intelligenza così più versatile della mia,per la capacità di arrivare dritto al cuore di ogni persona e portarla dalla sua parte,per gli sforzi che sta facendo,per quanto sta crescendo.
Ho tagliato i capelli,corti.
E mi sembra di essere più me.
Tolto qualche punto fermo,il resto é caos e ricerca,come sempre.
Sono ancora il cratere incandescente di un vulcano,sdoppiata tra la vita”reale” e quella del “sogno”,tra i paletti di un percorso obbligato e le fughe notturne dell’anima per vie che solo lei conosce.

OSPITALITA’ TUNISINA

Domenica mattina.
Siamo ospiti a pranzo, di uno dei guardiani dell’ hotel.
Ci aveva detto che sua moglie aspettava un bambino e gli abbiamo recapitato un piccolo pensiero.
Da lì, l’invito.
Seguiamo la sua moto in un labirinto di strade polverose : la vista che ho descritto nei post precedenti si inasprisce ulteriormente : non c’è traccia d’asfalto, bambini per strada, greggi di capre,rifiuti, calcinacci, vecchi sdraiati a terra a crocchie che giocano con tessere improvvisate.
Le case con i ferri del cemento delle colonne ancora a vista, in attesa che ci si possa permettere di alzarle di un piano : è così che si riconoscono qui i benestanti, ci spiega Abslem, dal numero di piani della loro casa.
Arrivati. Varchiamo una porta di ferro, un giardino polveroso con qua e là il fusto esile di un alberello appena piantato e cespugli di menta : a foglie piccole, come quella che già conoscevo, ed una varietà mai vista profumatissima, a foglia lunga.
Poi dentro casa : fresco.
Semplicità, dignità e cura.
Sui muri della saletta che ci ospita ,che in occidente avremmo definito spogli, e che invece qui mi sento di chiamare puliti, campeggia un’unica cornice : all’interno , un versetto del Corano a rilievo su una lastra di bronzo. Sopra il quadro : un fiore rosso di plastica.
Ci sediamo sul divano, poco dopo arriva la sorella della padrona di casa, che la sta aiutando in cucina e poi lei, incinta, che ci accoglie con un sorriso.
Poi sopraggiunge una bambina : Edhil. La nipote di entrambe, figlia del loro fratello.
Otto anni, capelli corti, occhi nerissimi, lineamenti delicati. Saul se ne innamora e non fa che chiamarla di continuo.
Il pranzo è pronto . Sul tavolino della saletta vengono adagiate due enormi ciotole di cous cous  con peperoni,patate, ceci, carne.
Poi una teglia di tajine , una sorta di frittata spessa con patate , menta e prezzemolo tritato.
Due piatti di immancabile insalata tunisina a base di finocchi, olive, lattuga, pomodori
Un piatto di pere private del torsolo e tagliate a metà.
Coca cola.
Ognuno col suo cucchiaio, si mangia INSIEME, attingendo dal piatto che contiene la portata.
Non servono parole. Quel gesto basta ad avvicinarci.
I sapori sono incredibilmente delicati e inaspettatamente già noti al palato. Siamo figli del Mediterraneo e fratelli.
Saul ci guarda, ma non vuole mangiare.
Scappa con Edhil nel davanti casa assolato. Mi alzo per seguirlo.
Si siede in mezzo alla polvere e recupera un sasso e un bastone.
Lancia pugni di terra in aria soddisfatto. E’ rilassato e felice. Anche lui.
Poco dopo escono tutti. La padrona di casa ci serve del thè alla menta, che ormai conosco e amo, in piccoli bicchieri.
Abslem ha ancora poco tempo per stare con noi. Alle quattro deve riattaccare col suo lavoro all’hotel.
Ma prima vuole presentarci a suo suocero che ha un dromedario. Lo dice con fierezza.
Usciamo di casa alla volta dell’altra famiglia che ci sta aspettando.
Entriamo in un piccolo cortile : un dromedario! Finalmente da vicino! Ed ha un piccolo, bianco e lanuginoso : Saul spalanca gli occhi : ci sono anche galline , galli e pulcini e un cagnolino nero attaccato ad una corda che fa le feste a Tullio.
Poi veniamo presentati al capofamiglia : ha un caffè nel sottocasa ed è stato un personaggio locale politicamente in vista : la nuova casa che ci presenta davanti agli occhi ha infatti ,spazi enormi e divani, fatti per ospitare un gran numero di persone.
Gli uomini chiacchierano con Tullio. Io e le donne di casa riusciamo incredibilmente a comunicare in una lingua fatta del mio francese stentato, di gestualità e di sguardi di intesa. Mi promettono che mi insegneranno a fare il cous cous e mi chiedono di andare a trovarle più spesso dal momento che vivo a Gafsa, mi regalano degli oggetti tradizionali di terracotta. Il cuore mi scoppia, non sono abituata a tanto calore.
La visita finisce. Ci pregano di tornare.
Rientriamo in hotel.
Dentro la nostra camera, seduti sul letto, io e Tullio ci guardiamo increduli.
Questo pezzo d’Africa e la sua gente, si sono presi un altro pezzo del nostro cuore, e lo hanno trasformato.
Saul gioca tranquillo con le sue macchinine. Nemmeno un capriccio stasera. Eppure ha mangiato poco o nulla.
Ci  ha visti sorridere .Tutto il tempo. Forse è questo il motivo.

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