chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “luglio, 2015”

Oggi

Oggi é un cluster, una piccola perla incastrata nel flusso infinito del tempo, come questa stanzetta in cui dormiamo in tre, in una notte di mezza estate.
In cui dormono in due per la verità, perché io sto sveglia a scrivere al buio, accucciata su un pezzetto di letto.
Un solo ventilatore comprato dopo molti ripensamenti e i nostri piedi puntati contro, per prendere sonno in questo palazzone accaldato dai muri sottili, costruito a risparmio negli anni sessanta.
Io sto accucciata, a smaltire la violenza dell’ultimo colloquio di lavoro in batteria, durato appena dieci minuti, con l’unico anestetico che con me funzioni veramente.Butto giù due parole e dentro di me qualcosa sutura quello che c’è da suturare.
Stanotte vedo questo oggi da lontano, con noi due giovani, pieni di problemi e speranze e Saul piccolo.
Il quadro in questa stanza buia, luglio 2015, anni 41,34 e 4, mi intenerisce. Sfruttato sul lavoro, madre disoccupata, bambino strappato dalle sue radici e passato attraverso una violenza scolastica.
Ci guardo dai miei sessant’anni.
E ho solo voglia di piangere,di nostalgia,di rabbia e di tenerezza.

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Luoghi

Ho abitato questi luoghi, perché mi tornano in mente.

Li rivivo nei sogni, mi attraversano i pensieri. Nel passato o nel futuro, o nel mentre in un’altra dimensione, li ho vissuti, li vivró, li sto vivendo.

Cammino vestita di un vestito bianco leggero, anche se fa freddo. Intorno a me, rocce che affiorano dall’erba verde di una terra livida, di montagna. Ho il viso con lacrime appena asciugate, il cuore pulito lavato da un qualche dolore, cammino e poi mi fermo a pensare contro il vento freddo,davanti alle rocce che sembrano lapidi.

Un palazzone di periferia, cemento e  sodalizi di vite, per sopravvivere. Sono una bambina che gioca sulla strada o nei cortili. Sono un’ adulta in vestaglia, in una cucina con le mattonelle sul muro e un fornello a gas con la moka sempre sopra e problemi nella testa, problemi di soldi da cavare dal nulla, figli o fratelli da tirare avanti.

Qualche volta la periferia si fa ancora più claustrofobica e pericolosa. I palazzoni diventano mini alloggi che si affacciano su ballatoi comuni, come a Napoli o nel Bronx. E provo paura ad uscire o che qualcuno entri. Ho sempre con me, esseri piú piccoli da proteggere.

Poi c’è la casa dei marmi dalle stanze infinite, separate da tendaggi mossi dal vento. Pavimenti chiari accarezzati da tende leggere, luce bianca e tavolini slanciati con rose grandi, pallide, eleganti. Camini enormi dalle cornici di pietra scolpite in stile neoclassico. Riquadri grandi di finestre che si aprono su paesaggi arcadici. Pensieri lucidi,razionali, come le linee classiche che mi circondano.

La stessa casa, di notte é claustrofobica di labirinti e pesanti velluti e statue classiche e porte che si aprono sul buio di sale cinematografiche o stanze da letto. Sudore per uscirne, paura.

La Cittá, l’unica, la stessa in ogni sogno, con i suoi luoghi ricorrenti, i templi e le architetture imponenti, ancora pietra ovunque, il parco, l’immenso ospedale con i lunghi corridoi, che é anche una scuola/collegio, l’anfiteatro di un piccolo stadio lasciato a cemento, la spiaggia col mare cobalto. La Cittá dove mi perdo e incontro gli amici di un tempo, quelli della mia infanzia e adolescenza: molti di loro mi aiutano e mi proteggono, altri mi sfuggono senza parlarmi, lasciandomi vuota e impotente.

La mia notte

Tesa tra le spie rosse sulle antenne dei ripetitori

una a nord una ad est

minareti nell’oscurità

Puntellata dalle file di luci arancioni dei lampioni fendinebbia

sulle strade nude ritornate autodromi

Luccicante dei brillanti elettrici

del fianco della montagna col paese addosso

Infusa nei miasmi sulfurei dei depuratori

Bucata dall’abbaio di un cane

Ipnotizzata da un motore d’aria condizionata

Bagnata dal pisciare ordinato

delle doccette del prato

della casa difronte

Menti splendenti

Le rose sbocciate sono rosa e non bianche. La prima l’avevano mangiata da dentro gli afidi, le altre le ho salvate. Ho pulito i boccioli e li ho impermeabilizzati, spennellandoli con l’olio d’oliva. Ho fatto lo stesso con le foglie macchiate.

Rose

Il garofano è rosso fuoco e ha una testa pesante, posata sulle mattonelle del balcone.

Garofano

“Fiore alza la testa, non addormentarti”, gli dici sollevandolo da terra.

E la testa vorrei insegnare ad alzarla anche a te, liberando prima me.

Colorare nei contorni può mortificare l’intelligenza e io l’ho dimenticato.

La realtà conta di più di certa fantasia, me lo insegni tu.

C’è un cartone fricchettone che parla di una troppo allegra famigliola di tigri politically correct : “Mamma ma le tigri non parlano! E vivono in Asia, nella giungla, non in città!”

Il film delle tartarughe ninja, wow ci sono cresciuta col cartone, tu quale delle quattro vorresti essere? Eh? Eh?

“Mamma sono un bambino, non una tartaruga”.

Non manchiamo quest’occasione : io di ritrovare la mia me perduta, quella che luccicava, e tu di crescere splendente come ancora sei.

Provo a salvare rose e menti fulgide, in attesa di tornare a marciare nel plotone di quelli che producono.

Mi hanno chiamata per farsi rinviare un curriculum : c’eri tu di sottofondo che urlavi per reclamare attenzione.

Non mi hanno più ricontattata.

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