chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “luglio, 2014”

ESISTENZE E RESISTENZE

Sabato scorso rivedo nonna.

Novantuno anni allungata nel letto di camera sua, bloccata dopo una caduta.

Ha gli occhi neri e vispi e furbi di sempre e fa battute.

Non vuole brodini, asseconda le sue voglie, vuole la pizza.

Dice che questa è la volta buona per andarsene e contemporaneamente strizza l’occhio e fa il gesto dell’ombrello alla Grande Signora.

Sabato scorso ho rivisto anche Luca, caro amico di mio fratello.

Diciannove anni, linfoma. Gli hanno dovuto cambiare la cura perché la prima non andava bene, e la seconda sta funzionando. Ce lo dice lui stesso con una forza che ci immobilizza, con un sorriso che disorienta chi era pronto a dare coraggio e invece ne riceve, in un’ ondata.

E’ grande la metà di come me lo ricordavo, ma ha anche l’ espressione di chi l’ ha vista in faccia e le sta strizzando l’occhio : “Non mi avrai”.

Stamattina io e Saul, nella stanza d’attesa, improvvisata nella sala consiliare del comune di Civita Castellana, che due volte al mese ,ospita un impiegato della Talete, l’azienda che gestisce l’acqua all’arsenico del nostro territorio.

Io e lui, una quarantina di gradi di temperatura ed altre trenta persone in fila come noi per parlare con un povero cristo davanti a un portatile impallato, che ogni tanto beve nervosamente da una bottiglietta.

Mi chiedo se prenderà regolarmente lo stipendio, lui che deve fronteggiare vecchiette nel panico a cui hanno tagliato l’acqua, immigrati nel panico a cui hanno tagliato l’acqua, gente che protesta per il fatto che un’ acqua imbevibile non andrebbe pagata, gente che contesta solleciti per pagamenti non dovuti.

E’ solo, e noi nell’attesa spiaggiati sulle poltroncine della sala consiliare, imprechiamo contro il sistema, ci incazziamo con chi salta la fila con la scusa del “devo solo chiedere”, ci sventoliamo con le bollette.

Una giovane mamma dà pezzetti di Fiesta alla sua bambina di pochi mesi che dopo un po’ si addormenta cullata dai fumi del curacao.

Saul fa lo slalom dei divanetti e impugna i microfoni delle postazioni dei consiglieri, improvvisandosi cantante. Dopo poco si siede dolorante. Devo togliergli i sandaletti, ha una puntura di zanzara gigante sulla caviglia che lo tormenta. Vuole allungarsi scalzo su una scrivania. Non ce la fa più, mi chiede di tornare a casa. E’ solo il primo passo per lui, l’iniziazione all’apprendimento della dura legge della resistenza, al logorìo da fila allo sportello, in terra italica.

E’ mezzogiorno, dopo tre ore d’attesa tocca finalmente a noi.

Gli altri resistono ed esistono.

Esistenze che mi arrivano, come sempre inevitabili alle orecchie, di donne con mariti invalidi, a cui è stata staccata per errore l’acqua, di persone anziane insolventi lasciate a secco con l’afa opprimente fuori. Esistenze che non parlano ma colpiscono ugualmente : c’è una ragazza islamica col velo che aspetta composta in una posizione aggraziata, come tutti, da ore, senza battere ciglio, mentre noi ci sbrachiamo e ciarliamo a voce alta.

R-esistenze.

RACCONTO – SUICIDE RESTAURANT

Botulino, Epatite fulminante, virus ad azione immediata, nel ristorante all’angolo puoi scegliere direttamente sul menù, di che avvelenarti. Conserva di peperoni senza sottovuoto, da mangiare direttamente in barattolo, pesce crudo da produttore “sicuro”, polpette poco cotte di carne contaminata.
Nell’osteria “SUICIDE”, il cibo ha un aspetto invitante e sapore squisito ma è fatto apposta per ucciderti (o quasi), con la massima gradevolezza possibile.
Anno 2030 : il disastro ambientale annunciato è realtà e la povertà non risparmia nessuno.
Pochi ricchi vivono barricati dentro fortezze sorvegliate, all’interno degli ultimi paradisi rimasti : luoghi dove si possa respirare senza che la gola bruci e bere acqua a tutte le ore e in quantità cospicua, e lavarsi, senza dover fare la fila con la tessera al purificatore e alle docce.
E così, più di qualcuno, infastidito da una vita di sofferenze e privazioni, pensa di farla finita, o quantomeno, di dare un’accelerata alla dipartita.
E qualcun altro, ci si è inventato un business : i “SUICIDE RESTAURANT” o i “SUICIDE BAR”, posti dove si può dare un’impennata di velocità al timer della propria esistenza.
Se ti ammali,del resto, non puoi più curarti perchè gli ospedali non esistono più, solo piccole cliniche nei paradisi per i pochi abbienti che li abitano.
Le case di cemento, hanno iniziato a disfarsi perchè le piogge perenni sono arrivate dritte alle armature di ferro e i palazzi hanno l’aspetto di gabbie spettrali.
L’acqua si va a prendere ai purificatori e costa più di qualsiasi altra cosa,va centellinata, così ci si lava raramente e pidocchi e scabbia, sono tornati ad essere fedeli compagni dell’umanità.

Per l’occasione, si era lavata, spendendo gran parte del denaro che possedeva,e aveva indossato una tunica di seta verde muschio,che doveva essere stata di qualche antenata.
La scollatura,cadeva morbida sulle clavicole sporgenti e il piccolo seno.
I capelli ramati, corti, le lasciavano scoperta la nuca, curva sul piatto di quella cena estrema.
Gli occhi gialli di lei, si alzarono verso la schiena di lui che sedeva ad un tavolo poco distante,una schiena grande e sproporzionata rispetto al resto del corpo magro.Fissava davanti a sè, con gli avambracci posati sul tavolo e le mani intrecciate una dentro l’altra.
Si accorse di essere guardato per quello strano istinto che ci fa capire di essere osservati, senza aver alzato minimamente gli occhi, e si girò.
L’Errore che distoglie dalla Necessità, fece in modo che lo sguardo di lei incrociasse, in quello stesso istante,quello di lui.
Il giallo bizantino,dorato e volatile di due occhi di donna, schizzò nel mare nero,ancestrale e selvaggio degli occhi di un uomo.

I cucchiai caddero nei piatti e i movimenti prima meccanici e sicuri che li portavano alla bocca, si fecero sempre più radi e impacciati.
Non si poteva più morire.
Lei iniziò a piegarsi sulla pancia: il pesce crudo, iniziava a fare effetto.
Anche lui si agitava sulla sedia ed ogni tanto le buttava un’occhiata.
I camerieri erano pronti ad intervenire agli angoli della sala con le siringhe “accelerazione finale”(le più richieste) o a portarli in medicheria, per qualche rimedio economico quanto inefficace che rimettesse in piedi per qualche giorno, chi aveva malauguratamente cambiato idea.

Si finiva per morire lo stesso, solo in maniera più lenta e con più sofferenza, visto che non c’erano ospedali.
In un SUICIDE RESTAURANT, bisognava entrare insomma, con le idee chiare e non commettere errori, come quello che stava capitando a loro.
Innamorarsi : era quanto di peggio potessero fare, soprattutto dopo aver consumato la cena.

Lui si alzò di scatto, la cercò nuovamente con gli occhi e con le ultime forze le chiese,senza parlare, se voleva seguirlo.
Lei accettò e si trascinarono piegati, fuori dal locale, sotto lo sguardo attonito dei camerieri,rimasti con le siringhe in mano.
“Conosco qualcuno che può aiutarci,ce la fai ad arrivare oltre il ponte?”
Lei rispose con un mugugno e facendo “sì” con la testa.
La pioggia perenne precipitava violenta e penetrava attraverso i loro vestiti leggeri.
Lei seguiva, alzando di tanto in tanto lo sguardo, le grandi spalle di lui che avanzavano sotto l’acqua, rabbrividendo e trattenendo l’impulso di vomitare.
Oltrepassato il ponte, lui si girò, indicando le scale di sicurezza di ferro di un palazzo:” E’al secondo piano.Vieni!”.

La porta si aprì con uno scatto ed entrarono. Attraversarono un corridoio buio che sapeva di stantìo,di odori di corpi umani mescolati e stipati senz’aria.
Bussò a destra in fondo al tunnel,ed una luce si aprì su un uomo grassoccio e occhialuto alto poco più di un metro,che lo riconobbe e li fece entrare.
C’erano due stanze, una praticamente vuota, i muri spogli e quattro o cinque brande, e un’altra zeppa di libri accalcati in grosse pile che si innalzavano da terra.
“Che ci fai qui Esteban?”
“Sto male Enrico,io e lei abbiamo mangiato in uno di quei SUICIDE RESTAURANT”.
“Ed ora avete cambiato idea?” Lo diceva a denti stretti,facendo seguire una risatina beffarda e buttando un’occhiata nella scollatura della donna dai capelli rossi.
“Enrico ci può aiutare,ha studiato medicina da solo,sui suoi libri”disse Esteban rivolto alla rossa.”Non ti ho ancora chiesto come ti chiami”.
“Questa rossa ti ha proprio fulminato allora” mormorò Enrico lasciandosi sfuggire un’altra risatina maliziosa mentre con le mani paffute si affaccendava a mettere della polvere in due piccole bottiglie d’acqua.
“Mi chiamo Irene”,disse lei guardandolo per un istante negli occhi, con un moto che gli sembrò di orgoglio misto a rimprovero.
“Cari piccioncini, lo sapete che quest’intervento vi costerà un pranzo,una colazione e una cena, che voglio puntuali domani mattina su questo tavolo, non mi importa come riuscirete a raggiungere la drogheria.Vedrò di rimettervi in piedi.In quei SUICIDE RESTAURANT,non hanno che batteri modificati perchè abbiano un effetto veloce e i clienti, impressionati dai primi sintomi dell’infezione, richiedano la siringa col veleno che li ammazzi.In realtà, sono esseri piuttosto innocui.Se starete attenti a non disidratarvi la passerete liscia.Stanotte potete rimanere qua.Dietro quella porta c’è un buco, potete fare tutto là dentro.E in queste bottiglie c’è della preziosissima soluzione salina.Accomodatevi di là sulle brande e non fate più cazzate, per questa sera almeno.Io resto di qua, a studiare per quest’umanità derelitta.Amen.”

Entrarono nella stanza delle brande,al buio,prima Irene, che si mise a sedere su una di quelle,piegata in avanti con la testa tra le mani, e poi Esteban, che si chiuse la porta alle spalle e andò dritto alla finestra.
La città non era più illuminata come un tempo, e la volta stellata sembrava stesse per crollare, nella sua pesantezza ritrovata, a seppellire la rovina là sotto.
La luna splendeva per metà, quanto bastava a far intravedere le sagome dei loro visi e dei loro corpi contratti, sotto i vestiti zuppi.
“Eccoci qua” disse piano Irene con un sorriso ironico che le si allargava sul volto e che Esteban girato di spalle non poteva vedere.
“Perdonami per averti distolto dal tuo intento, ci sarà da soffrire stanotte,mi dispiace” disse lui continuando a buttare lo sguardo oltre la finestra.Non aveva il coraggio di guardarla,temeva che la bellezza che lo aveva catturato, si stesse disfacendo sotto l’effetto del dolore, di non trovarla bella come prima.E temeva per il suo aspetto,ugualmente deformato dalla sofferenza.
Poi trovò la forza, quella poteva essere l’unica notte, gli unici istanti, e si girò.
Era ancora bella, di una bellezza aliena e bruciante,con la sua nuca infinita e bianca e gli occhi dorati nascosti da una pesante cortina di ciglia lunghissime.Per fortuna li teneva ancora bassi,così che poteva guardarla ancora, senza venirne turbato.
“Vivi in questa città,Esteban?”
“Sì,adesso sì,ma vengo da un altro posto”
“Da dove?”
“Hai mai sentito parlare dei “PARADISI”?”
“Sì”
“Abitavo in uno di quelli, ma sono scappato via.Penso che i miei genitori e i loro guardiani mi stiano ancora cercando.Non sopportavo di stare in galera.Tu?Da dove vieni?”
“Non mi sono mai mossa da questa città.Bella vero?Gli occhi gialli le risero beffardamente, stavolta dritti negli occhi di lui che balbettò :”Be-bellissima,davvero”.
“E così, non hai retto a questo schifo caro Esteban e avevi deciso di farla finita.Bisogna farci il callo e a volte non basta nemmeno quello.Anch’io alla fine ho ceduto,io che sono un’erba cattiva, come mi chiamava mia madre”.
“E quale posto hai infestato per vivere?”la interruppe Esteban, cercando di sdrammatizzare.
“Ho infestato un bordello poco lontano da qua.I miei fratelli mi hanno stuprata quando ero ancora una bambina.Erano disoccupati.Ero il loro passatempo.Un giorno sono riuscita a fuggire e mi hanno accolta nella Casa.Almeno lì avevo da mangiare una volta al giorno.Poi, sui volti dei clienti,sono cominciati a riapparire i loro,rivedevo le stesse facce che mi hanno gettata nello schifo.E sono crollata.Perfino io.E tu Esteban,quando mi chiederai quello che ti spetta?”

Sul collo candido di lei, vide una cicatrice che non gli era apparsa prima, e il suo corpo non era più magro, ma consumato dagli stenti.In quegli occhi gialli ultraterreni vide brillare il fremito della sconfitta e la sentì finalmente vicina.
“Non voglio niente da te.Poterti guardare mi basta”.

Non mentiva, probabilmente.Irene sapeva leggere il linguaggio dei corpi.Esteban,dalle grandi spalle,dagli occhi neri, profondi e interrogativi,con la testa rasata e il corpo lungo e affusolato come quello di una marionetta di legno lasciata penzolare sotto il giubbino di pelle fuori misura, non stava mentendo,quando diceva che non l’avrebbe toccata.
Non le si era mai avvicinato troppo e quando le parlava, guardava verso un punto lontano ed era da là che gli venivano le parole.
“Non ti fidare di un uomo chi ti guarda fisso negli occhi per troppo tempo,quando ti sta rivelando qualcosa”, le aveva detto un giorno la Signora tenutaria della Casa.Era lei che le aveva insegnato a capire oltre le parole.”Figlia mia,chi ti parla fissandoti a lungo,sta recitando una parte,e cerca di cogliere man mano,la tua reazione alla sua recita, e se è buona continua”.

“Devo vomitare Esteban”
“Anch’io Irene, ma va prima tu”
“Ok, poi provo a chiedere al tuo amico,se ci da un’altra bottiglietta di questa roba”

Irene uscì dallo sgabuzzino col buco dentro.Aveva finito, per il momento ed entrò Esteban.
Mentre Esteban era dentro, Irene uscì dalla stanza ed entrò in quella di Enrico.
Era al buio, col viso illuminato dalla luce blu del pc che aveva davanti e con un fazzoletto di carta in mano.Si sentiva una donna gemere in modo forzatamente accentuato e un uomo respirare affannosamente come se stesse menando colpi d’accetta.
Sporse la testa per vedere chi stava entrando.Era la rossa.Mise il video in “pause” e con la voce un po’ impastata le rivolse bruscamente un “Che vuoi?”.
“Un’altra bottiglietta di quelle e chiederti una cosa”
“Dì pure rossa…te lo sei fatto già quello di là?”
“No, non me lo sono ancora fatto.Sono incinta.Voglio sapere se il batterio farà male al bambino”
“Però però…bel guaio per il povero stupido Esteban.No,il tuo feto se la caverà.Tieni un’altra bottiglietta.Era già pronta”.La nascose dietro la schiena e protese le labbra verso Irene, come a richiederle un bacio prima di potergliela dare.
Irene gliela strappò dalle mani, e uscì dalla stanza.

Esteban si era allungato su una delle brande con le gambe stese e accavallate che sporgevano fuori di un bel pezzo.Aveva un braccio dietro la testa e guardava il soffitto.
Irene si sistemò su una branda di fianco alla sua e gli allungò la bottiglietta.
“Vuoi?”
“No grazie, adesso sto bene”
“Mi sembra strano che un uomo voglia solo parlarmi, senza fare altro.Veramente,adesso che ci penso,alcune volte è capitato,qualcuno che aveva solo bisogno di sfogarsi e di un paio di orecchie che facessero finta di ascoltarlo”.
“Io non ho bisogno di parlarti, mi accontenterei anche solo di guardarti, te l’ho già detto”.Esteban lo diceva sorridendole.Il suo candore era disarmante e spaventoso e l’aveva lasciata completamente indifesa e a corto di altre considerazioni.
Poggiò a terra la bottiglietta e gli cercò la mano, al buio.
Intrecciò le dita alle sue.
Esteban non oppose resistenza.

Un raggio di sole le stava tormentando gli occhi da un po’.Irene li aprì.Il rigurgito d’odio per la vita,non fece in tempo a salirle perchè le si affacciò alla mente il pensiero della sera prima e si girò, piena di speranza, verso la branda di fianco alla sua.
Esteban non c’era più.
Adesso c’era il contraccolpo della sconfitta,attutito dalla crosta dura lasciata da quelle precedenti.
Aprì sbattendola, la porta della stanza di Enrico : aveva la faccia e la piccole mani grasse affondate in un panino enorme,il tavolo era pieno di briciole e sacchetti accartocciati.
Quando la vide, proruppe in un rutto: “E adesso che vuoi?Te l’avevo detto che dovevi fartelo ieri sera”.
“Dov’è Esteban?”
“E’ andato via poco fa”
“Ti ho chiesto dov’è!”urlo Irene,afferrandolo per il collo del maglione,attorcigliandolo perchè gli stringesse la gola.
“Lasciami stare puttana!” Enrico si dimenava sulla sedia, sputacchiando pezzi di pane.
“Gli hai detto che ero incinta?Gli hai detto che ero incinta piccolo bastardo?”
Mollò la presa ed Enrico tossendo e passandosi una mano sul collo,con gli occhi pieni di rabbia mista a paura, parlò:”E’andato via, non gli ho detto nulla.E’ un tipo strano,deve sempre scappare da qualcosa.Lascialo perdere se non vuoi avere guai”.
Irene non gli fece terminare la frase e uscì correndo dalla stanza.
Correndo percorse il corridoio buio, correndo scese le scale di ferro.
Alla fine delle scale si fermò.Le mancavano le gambe.Le girava la testa.Cercava disperatamente delle lacrime,perse da qualche parte, in quella sacca tra occhi e cuore.
Non le trovò nemmeno stavolta e il dolore non potè uscire e iniziò a deflagrarle dentro.
Non appena ritrovò un po’ di forza, giusto quella per muovere le gambe, iniziò a camminare meccanicamente,verso la Casa.
Bussò.Le aprì una ragazza pallidissima, bionda, col viso sfregiato da una cicatrice.
“Che vuoi?”
“Devo parlare con la Signora”
“Te ne sei andata da qui, ricordi?Che cerchi adesso?Cosa ti aspetti?”
“Fammi parlare con lei o ti metto le mani addosso”le rispose Irene, alzando il tono di voce.
Udendo il trambusto, la Signora si fece sulla porta.
Era bella, nonostante la pelle avvizzita, i suoi occhi neri vividi, conservavano quella scintilla che li faceva capitolare, uno ad uno,come spighe sotto la falce.
Aveva i ricci sollevati, raccolti dietro la nuca, un bustino di velluto rosso e una pesante gonna della stessa stoffa, lunga fino ai piedi.
“Malvina, scansati.Con chi stai gracchiando?Oh…Irene”
“Signora…”
“Che ti è successo figlia mia?Hai davvero una brutta cera.Entra,per te c’è sempre posto”
Irene salì i due gradini che la separavano da quello schifo che le era familiare.E la familiarità era quello di cui aveva bisogno adesso.Oltre ad un poco d’acqua.Di preziosissima e costosissima, maledetta acqua.

Erano passati due anni da quel giorno.Anni di buio,consumati a prostituirsi con la pancia che cresceva e a correre subito dopo a vomitare.Anni di fame e di sete e di freddo.
La teneva in vita, la vita che le cresceva indomita dentro.La piccola testa di ricci rossi appiccicati di muco e sangue, che vide spuntare tra le sue gambe che tremavano di dolore e di paura,quel piccolo grido potente che le intimava di nuovo :”Non è tempo di morire”, come quella sera, come dopo il tuffo dentro quegli occhi che aveva provato a dimenticare.

Adam le dormiva contro il petto,stretto in una fascia, mentre camminava svelta.Doveva sbrigare delle commissioni per la Signora.Stava aprendo la porta,piena di vecchie pubblicità scrostate,di un emporio fatiscente,quando si accorse di una piccola folla che si radunava poco distante.Ci buttò un attimo lo sguardo, cercando di cogliere qualcosa dietro le teste accalcate.Non si vedeva nulla, entrò nel negozio e pagò un pacco di gallette e due panetti di sapone alla donna seduta dietro il bancone, che si curò appena di lei, tutta intenta a leggere un vecchissimo e spaginato romanzo rosa.
Quandò uscì la calca si era già dissolta.C’era un uomo a terra posseduto da potenti convulsioni che gli facevano alzare il torace dall’asfalto e poi ce lo risbattevano violentemente sopra.Aveva la testa reclinata all’indietro e una schiuma verdastra gli colava dalle labbra.La pioggia perenne stava acquistando intensità.
Irene coprì Adam con un pezzo di tela cerata e girò lo sguardo da quella scena terribile per correre via verso la Casa.
Ma si accorse di avere le gambe bloccate da una forza che voleva si avvicinasse a quel corpo steso a terra.
Lo fece meccanicamente,anestetizzandosi preventivamente da qualsiasi senso di pietà.
Quel meccanismo perfetto, che aveva appreso ancora prima di iniziare a parlare perfettamente,si inceppò all’istante quando riconobbe quelle spalle.Le pupille erano bianche, le iridi nere stavano fuggendo da qualche parte, lontano dalla vita.
Si curvò su di lui, con il piccolo che ancora dormiva, con una mano gli teneva aperta la bocca, mentre con l’altra andò a cercargli la lingua in fondo alla gola per riportargliela indietro.
Fece appena in tempo a ritirarla,la mano, che la mascella si serrò, e due occhi neri pieni di terrore iniziarono a fissarla.
Sembrava non la riconoscesse, ancora perso da qualche parte,lontano da quella strada,che la pioggia continuava a picchiare, a demolire, con inarrestabile perseveranza.

“Esteban,sono Irene, mi riconosci?”
Non rispose,la bocca era ancora paralizzata in un espressione di impotente disgusto, ma dagli occhi iniziarono a scendere rivoli di lacrime calde sulle guance ghiacciate.
Lo trascinò sotto una tettoia di lamiera là vicino e aspettò lunghissimi minuti di sguardi di angoscia e di terrore.
Poi, all’improvviso Esteban riuscì a scollare le labbra : “Me la pagheranno, me la pagheranno!”, e nuove lacrime ripresero a colare.
Afferrò debolmente Irene per le spalle : “Mi hanno ritrovato e mi hanno riportato laggiù e mi hanno dato quella roba, quella roba perchè non scappassi più”.

La “roba” era un ritrovato, studiato apposta per i figli intemperanti dei benestanti dei PARADISI.
La “roba” generava dipendenza, senza effetti collaterali per il paziente.A meno che, lo stesso, avesse malauguratamente deciso di scappare via e di non assumerla più quotidianamente.
Prodotto esclusivo dei piccoli efficienti lab dei PARADISI.Impossibile trovarne fuori.
Le crisi di astinenza devastavano corpo e mente con violenza inaudita,tanto da far abbandonare al malcapitato,i propri disegni di fuga e farlo ritornare sui suoi passi.
Ma non avevano ancora fiaccato Esteban.

“Te ne sei andato senza salutarmi,quella mattina”disse piano Irene,con la bocca che le tremava.Teneva lo sguardo fisso,sull’espressione di beatitudine di Adam addormentato,cercando di farla sua, quell’imperturbabilità.Invano.

“Ero uscito a comprare i panini per Enrico.Tu dormivi ancora.Sono rientrato e lui era già là,sulla porta ad aspettarmi.Mentre gli davo i sacchetti,mi aveva detto che eri incinta.
Ho pensato allora che al risveglio,avresti avuto molta fame, e  che a differenza di me, non era bene che stessi a digiuno e sono uscito di nuovo a comprare del cibo per te.
Mi hanno preso per strada,prima di entrare nell’emporio.Le guardie dei miei e un paio di mercenari.Mi hanno stordito di pugni e mi hanno buttato in macchina.Del viaggio non ricordo niente.
Mi sono svegliato in camera mia.Non appena ho aperto gli occhi, ho visto i volti di mia madre e mio padre sopra di me.Ho provato a divincolarmi,ma mi avevano legato al letto.Urlavo.Dev’essere stato allora che mi hanno iniettato questa merda.

“Non pensavo,non credevo…” balbettò Irene,leggendo in ogni fremito,di ogni muscolo,dell’uomo davanti a sè, che stava dicendo la verità.

“Ma una notte sono riuscito a scappare.L’avevo già fatto molte volte,conosco a memoria i loro sistemi di sicurezza.Pensavano che la paura delle crisi d’astinenza, mi avrebbe fermato.
Il mio unico pensiero invece eri tu, là fuori”.

Irene,lo guardò incredula.

“Sapevo che avresti trovato di nuovo rifugio nella Casa,e appena ho rimesso piede in questa città, mi sono messo a cercarla.E ti ho trovata.Non volevo mettere scompiglio un’altra volta nella tua vita, soprattutto adesso che vivo in compagnia di queste maledette crisi e così ogni tanto, vengo a guardarvi da lontano o porto qualcosa per voi, alla Signora.
Accarezzò piano la testa di Adam che aprì gli occhi.”E’ bellissimo,ti assomiglia”.

“Quindi la Signora sapeva…perchè non mi ha mai detto,niente?Perchè?”Irene gridava agitando le braccia.
Adam,iniziò a piangere spaventato e lei per calmarlo iniziò a dondolarlo e a saltellare mentre piangeva in silenzio.

“Sei buffa quando fai così”le disse Esteban mentre la guardava sorridendo.

“E’ l’unico modo per calmarlo” e anche Irene cominciò a sorridere con gli occhi bassi.

Esteban, allargò le braccia : “Vieni qui”

Il rumore della pioggia sulla lamiera diventò fortissimo,come se una diga da qualche parte nel cielo avesse all’improvviso ceduto.

Il sorriso di Irene cadde d’un tratto,come un velo, e due occhi furenti si alzarono sopra Esteban.

“Vieni tu, invece”.

Esteban le allungò la mano.Irene posò a terra il fagotto con Adam che si era riaddormentato e afferrò il braccio indebolito dalle convulsioni dell’uomo che le stava di fronte.
Con uno strattone lo trascinò a sè.
“Perchè Irene?Mi fai male..piano”
Irene cominciò a spogliarlo.Esteban tentava di ribellarsi.
“Non qui, non ora ti prego.Non in questo posto Irene!”adesso urlava con le poche forze rimastegli.
Con una spinta lo buttò a terra nel fango.Intorno,buste di plastica piene di immondizia abbandonate, sfregiate dai branchi di randagi,padroni della notte, la carcassa in putrefazione di un gatto,e i muri di cemento scrostati dei palazzi, protesi verso il cielo.Stracci zuppi e luridi lasciati a penzolare sulle corde tra finestra e finestra.
“Perchè non qui?Sei nato tra sangue e merda anche tu Esteban, ricordatelo!E’ questo il nostro posto,siamo fatti per il dolore, perfetti per il dolore” 
Non era lui a penetrarla ma il buco, autore di vita e di morte di lei, a risucchiarlo con forza brutale, ripetutamente,carne su carne,ossa su ossa.
“Basta!”.Esteban proruppe in un urlo bestiale,esploso dal profondo di una natura dimenticata,antica.
Le braccia gli riacquistarono per un istante la forza e la capovolse con le spalle a terra.
Era madida di sudore,pioggia e sperma e lo guardava con uno sguardo beffardo.
Esteban la bloccava a terra, con le mani sulle spalle di lei, ancora curvo per quell’eccitazione strappatagli a forza.
“Hai rovinato…hai distrutto…non era così che pensavo”
“Sei vivo Esteban,e te l’ho dimostrato.Non sei uno spettatore della mia vita.E io non sono la statua di una dea da venerare da lontano, come credevi.Questa vita è fatta per sporcarsene le mani”
Si era rialzata,si era riaccomodata i vestiti e si era rimessa a tracollo la fascia con Adam.
“Basta scappare, fermati e affonda le mani in questo fango, assapora il gusto della debolezza,stringi la mano all’errore,sbaglia,pensa solo alla tua sopravvivenza,lasciati stravolgere dall’ira, dalla paura, dalla malattia.Siamo umani,per tutte queste belle cose.E quando le avrai provate,quando le avrai accettate,senza combatterle, magari un giorno,forse, ti sorprenderai perfino ad amarti”.

“Va via!Va via!”le gridava contro Esteban tra le lacrime, stringendo tra le mani un pezzo della maglietta di Irene, che si era strappato durante la lotta.
“Eravamo già morti quella sera Esteban.Riprenditi la tua vita.Impara a scorrere insieme a lei, senza ostacolarla e sarà tua”.

Quella mattina, Irene non fece ritorno alla Casa.Nessuno seppe più nulla di lei.Un giorno la Signora,ormai vecchissima e costretta a letto,ricevette un pacchetto,da un paese lontano.Un posto che la foresta si stava riguadagnando,anno dopo anno,metro dopo metro,ostile e abitato da pochi avventurieri.Il pacchetto conteneva la piccola foto di un ragazzo dai capelli rossi arrampicato su un albero.  Si dice che guardandola, la Signora sorrise e spirò.

Esteban continuò per anni a vagare per la città con un pezzo di stoffa in mano e lo sguardo perso.Di tanto in tanto si sedeva sugli scalini davanti alla Casa e buttava gli occhi verso una finestra al secondo piano.

QUELLO CHE MERITA DI LASCIARE UNA TRACCIA

Camminavo per strada ieri mattina.
Una delle stradine del centro di Civita Castellana, buie, fra alte facciate di palazzi lasciate all’incuria del tempo, maledicendo ogni sanpietrino sconnesso in cui inciampavano le ruote del passeggino di Saul.
Ed ecco davanti a noi : la scena, una di quelle che sfugge agli occhi, ma merita di lasciare una traccia.
C’è una donna col velo  davanti a noi, che cammina concitatamente, di età indefinibile. Lo sguardo a terra. A due metri da lei, là dietro, vicino a me e Saul, la segue un ragazzino di quindici anni, ugualmente di aspetto nordafricano, esile, con dei pantaloni della tuta e degli infradito.
Si sta passando, un fazzoletto di stoffa bianco sul viso.
All’inizio penso si stia asciugando il sudore, non emette suono.
Mi sporgo istintivamente a cercagli con lo sguardo, gli occhi dietro il fazzoletto.
Sono rossi di pianto. Sta piangendo, lo sta facendo anche ora, in perfetto silenzio, mentre è costretto a scortare, come tradizione comanda, una donna della sua famiglia, in qualcuna delle sue faccende.
Se c’è una cosa che mi fa stare male, empaticamente male, è vedere qualcuno piangere in silenzio, coprendo le lacrime. E poi vedere anziani maltrattati piangere. Anche loro,spesso, lo fanno in silenzio, senza rumore.
Ho pensato, senza averne alcun diritto, ma mi viene spontaneo, alla
storia dietro le lacrime di quel ragazzo.
I tratti magrebini, ma nato in Italia, spezzato dentro, famiglia e tradizione da un lato e dall’altro tutto quello che c’è fuori da casa sua, il suo mondo, i suoi amici, il desiderio di uscire a divertirsi e il dovere inspiegabile di seguire una donna.
E quelle lacrime asciugate con attenzione, una ad una, prima che arrivassero a rigargli il viso.
Io ho visto, io ho sentito, io ho scritto.
Forse di quel dolore resterà una traccia.
Forse quelle lacrime riusciranno a gridare lo stesso, senza che lui lo sappia.

Navigazione articolo