chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

SOSPESI

Ci pensavo, mentre lavavo i bicchieri della colazione stamattina.

Sentivo aggrapparsi quel dolore.

Ma in anestesia. Lo guardavo negli occhi senza paura. Lo chiamavo per nome.

Pensavo agli uccelli che hanno imparato a volare, che nessuna corrente d’aria improvvisa, può più destabilizzare.

Immobili nell’aria, magari quella corrente riescono a sfruttarla per salire più su.

Quelle correnti ballerine sono come questo mare nero familiare che mi risale da dentro.

Che schizza di grigio e poi di petrolio la realtà.

Ma è un istante. E quell’istante lo conosco e lo manovro ormai.

In stallo nell’aria, ferma come un falco sorretta dal dolore.

Gli punto i piedi sopra e mi spingo più su, mi libero dalla sua stretta, ma senza violenza.

Dolcemente e con forza, come un insetto nella sua metamorfosi.

L’aria di questa città a giugno, si fa acqua da respirare.

I vecchietti boccheggiano e vaneggiano sui balconi di questo quartiere ordinato, fino a che qualche badante li riporta dentro.

I bambini, liberi dalle prigioni a ore che chiamano scuole, tornano selvatici e veri e crudeli.

Saul fa velieri con i cuscini del salotto e affonda i piedi nei miei poveri fiori, nei sei o sette vasi del nostro balcone, piegandoli tutti.

Ricordo di quando da piccola torturavo afidi e formiche e spetalavo gerani. Anch’io su un balcone al sole, a sud.

C’è odore di zuppa di cipolle nell’aria a mezzogiorno. I nuovi vicini marocchini con la bambina piccola.

I corpi proporzionati delle donne rumene che camminano affiancate con le buste della spesa, sotto il sole bruciante.

Assomigliano al mio, ma non sono una di loro. E nemmeno una di qui.

I loro cerchi d’oro alle orecchie, i capelli platino o rosso fuoco e le sopracciglia nere, i loro discorsi di cui non riesco ad afferrare le sfumature, gli sguardi fieri, quel bagliore di disprezzo per me,che mi sembra di vedere, e che forse è solo la mia mente a costruire.

In camera da letto ondeggiano tende bianche, semplici, al vento caldo di questo pomeriggio, accarezzando il marmo freddo.

Sul comodino, “Frankestein” di Mary Shelley.

 

 

 

 

 

 

 

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