chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “giugno, 2014”

RACCONTO – L’APPARTAMENTO

Le conosceva quelle stanze. Era la sua casa al mare. Una cucina, una piccola sala, una camera da letto e in fondo al corridoio, il bagno con la vasca. Ci stava dentro, quella vasca, con le mani e i piedi legati da una corda spessa.
Tutto l’appartamento era al buio.Erano venuti senza preavviso quella sera, e lo avevano sistemato là, poi avevano spento le luci, abbassato tutte le tapparelle ed erano andati via sbattendo la porta.
Erano due giorni che si trovava in quello stato, o perlomeno così gli era sembrato di aver contato il tempo.
L’aria iniziava a farsi pesante. Beveva avvicinando le mani alle manopole, ruotandole con uno sforzo immenso, e inclinando la testa sotto il rubinetto. In questa operazione, si bagnava tutti i vestiti e restava zuppo e infreddolito per ore.
Doveva pisciarsi addosso, pochi secondi di calore e poi ancora freddo e paura per quello che stava per accadere.

Sentì girare una chiave nella toppa della porta d’ingresso. Qualcuno la spalancò. Rumore di zoccoli di cavallo sulle piastrelle del corridoio. Sbuffare e nitrire. La porta si richiuse. Il cavallo rimase dentro. Poteva sentirne il respiro e i passi,zoccolo dopo zoccolo. Avanzava attraverso le stanze, sempre più innervosito dal buio artificiale e dagli spazi angusti.
Fracassava sportelli, nitriva, s’impennava violentemente e ricadeva con tutta la forza, sul duro marmo. Tra poco avrebbe sfondato la porta del bagno a colpi di zoccoli e lo avrebbe trovato nella vasca. Gli salì, forte, nelle braccia e nelle gambe, l’istinto di liberarsi dalle corde e scappare. Le corde erano troppo strette. Le forze gli mancarono. Chiuse gli occhi e incassò la testa nelle spalle, aspettando il momento.

Il torso del cavallo passò con difficoltà tra la porta del bagno e il lavandino.
Il suo sbuffare era sempre più vicino, poteva avvertire sulla pelle, il calore di ogni sbuffo. Lo sentiva cacciare la testa negli angoli, alla ricerca di qualcosa : cibo.
Era nervoso per la cattività ed affamato.
Lui era appiattito sul fondo della vasca, cercando di non fare il minimo rumore, controllando forze sconosciute, concentrato sul battito del suo cuore, lì nella gola, sforzandosi di non pensare, trattenendosi dall’agire.
Qualcosa gli afferrò la testa per i capelli e gliela tirò versò sé .
I suoi radi capelli scambiati per un appetitoso ciuffo d’erba. Non mollava la presa e tirava e tirava, e lui non poteva contrastarlo con le mani legate, solo urlare.
L’urlo dell’uomo.
Quell’essere nudo e indifeso che incontrò migliaia di anni fa ,nel sottobosco di una foresta di pini del nord.
L’essere che volle piegare la sua natura selvatica, e lui che chinò il capo e gliela offrì.

Quell’urlo lo scosse, come quella volta, come nel sottobosco, quando l’umano implume gli salì in groppa afferrandolo per la criniera, urlando per fugare la paura.
Quell’urlo riportò in superfice la mistica e antica sorellanza di anime fra umano ed equino.

L’animale a quattro zampe, girò goffamente su se stesso per uscire dal bagno, con in bocca un pezzo di cute ancora sanguinante con dei capelli ancora attaccati.
Lasciò lui ad urlare nella vasca, mentre tentava di aprire l’acqua fredda e metterci la testa sotto per frenare l’emorragia.

Quando riaprì gli occhi si sentì la testa coperta d’aghi e bruciante come un ginocchio scartavetrato sul cemento.
Gli ronzavano le orecchie. Forse era tutta l’acqua che ci aveva fatto entrare.
Provò a scuotere la testa per farla uscire e gli colarono dei rivoli caldi, ai lati del volto, sulle mascelle contratte.
Ma il ronzìo non smetteva, anzi si faceva più forte.
Ebbe il flash improvviso di una mattina d’estate.
Il giardino della scuola alla ricreazione. Doveva raccogliere la palla finita sull’albero per catturare l’attenzione di lei. Nessuno dei compagni voleva salirci, troppo alto. Lui ce l’aveva fatta.
Scendeva dai rami tenendo la palla sotto un braccio, pensando solo agli occhi neri sotto la frangetta. Nella discesa il piede aveva urtato qualcosa che sembrava un grosso sasso.
Lo stesso ronzìo che sentiva ora.
Poi una nuvola di vespe gli aveva avvolto la gamba. Neanche il tempo di avvertire dolore e si era accorto di non riuscire più a respirare, come se qualcuno gli avesse ficcato uno straccio in gola.
Aveva mollato la presa del ramo e si era lasciato cadere a terra. Le ultime parole udite prima di essere trasportato nell’altrove dei sensi interrotti, erano state “anafilattico” e “adrenalina”. Nessuno avrebbe potuto soccorrerlo adesso.
Lo sciame superò compatto la porta del bagno e dentro la stanza esplose in una miriade di punti neri sparsi ovunque, alla ricerca di una via di fuga.
Alcune presero a camminargli sulla pelle bagnata attratte dall’acqua. Una gli stava entrando in una narice. Altre accorrevano al richiamo zuccherino del sangue della cute capillare strappata.
Cercava con le forze residue rimaste, di non starnutire e di respirare più lentamente possibile.
Il sudore si mischiò all’acqua e al sangue. Come un’unica testa, dotata di innumerevoli mani, gli frugavano il corpo ma lui con la mente stava provando a sfuggirgli.
Richiamò tutti i ricordi sullo schermo bianco delle pareti della vasca. Ogni risata, ogni volto, ogni dialogo, con una determinazione a lui sconosciuta.
All’improvviso si stancarono della sua pelle e al segnale di una, si ricompattarono, e uscirono dalla stanza.
Doveva strisciare via in qualche modo da quella vasca e chiudere la porta del bagno,velocemente.
 
Avrebbe dovuto, ma si trattenne,anche stavolta.
C’erano nuovi rumori che catturavano la sua attenzione.Provenivano dalla cucina.
Era come se qualcuno fosse entrato e stesse cercando con foga qualcosa, aprendo tutti gli sportelli,e poi risbattendoli.
Qualcuno sollevava sedie e spaccava piatti sul pavimento.
Quella stessa persona,stava attraversando il corridoio,spalancando ogni porta al suo passaggio.Era scalza,il suo avanzare non aveva suono, a parte quello degli oggetti fratturati.

Aveva gli occhi sbarrati di una paura primitiva,e i sensi accesi come mai prima, lì nella vasca.
Poteva fiutare l’odore di quella creatura, poteva percepirne le vibrazioni.Era quello che aveva solo teorizzato di poter fare prima di allora.Ne era ancora capace.Quegli istinti non si erano atrofizzati in lui, l’aveva sempre saputo.

Il gorilla entrò in bagno, piegò la testa dentro la vasca e si fissarono per un istante.
Poi l’animale si girò di scatto schermandosi gli occhi con le mani, quasi avesse visto qualcosa di familiare ma stravolta a tal punto,da percepirla come estranea.
Doveva essere come quando lui da bambino si nascondeva per non guardare il viso glabro del padre appena rasato.
Era sempre il padre,questo lo sapeva, ma lo spaventava la vista di quella faccia senza peli.

Si avvicinarono e staccarono più volte.
Se solo avesse voluto, il gorilla avrebbe potuto distruggerlo in poche energiche mosse,ne aveva la piena consapevolezza e per questo tremava ad ogni avvicinamento.
Poi gli mise le mani sulla testa sanguinante e con quelle prese ad esplorargli la ferita.
Smise di tremare e si sentì in pace.Come fosse possibile, come ci riuscisse in quella situazione, nessun ragionamento glielo avrebbe spiegato.

Il gorilla lo trascinò fuori dalla vasca. Nel farlo, gli fece sbattere la testa sul bordo. Svenne e non potè guardare la scena che lo attendeva fuori dall’appartamento.

C’erano i suoi studenti del corso di antropologia con gli occhi sbarrati, quelli a cui aveva chiesto di essere legato nella vasca, per dimostrare quanto di animale c’era ancora nell’essere umano. C’era sua moglie, con una mano sulla bocca e gli occhi pieni di lacrime.

C’erano la pioggia di flash dei fotografi e i giornalisti impalati con i microfoni in mano che non sapevano chi intervistare.

C’erano le guardie dello zoo che bloccarono e sedarono il gorilla.

C’erano i medici e i paramedici che lo caricarono su un’ambulanza che partì a sirene spiegate verso l’ospedale.

Dopo un paio di mesi di cure, tornò a casa. Parlava pochissimo. Se ne stava giornate alla finestra a fumare con la moglie là dietro che lo interrogava su quando avesse voluto riprendere ad insegnare, che riceveva le telefonate di amici e colleghi preoccupati.

Gli arrivava la sua voce come un disturbante rumore di fondo.

La notte, sentiva il bisogno impellente di uscire di casa, di allontanarsi dalla città, verso le montagne, perdersi in qualche sentiero, sentire il peso asfissiante e rassicurante della cappa stellata sopra di sé, spogliarsi, buttarsi in qualche torrente.

Lui che era solito leggere fino a notte fonda. La moglie entrava nello studio e lo sorprendeva addormentato con la testa  sulla scrivania e lo trascinava sul divano poco distante.

Adesso, tornava a casa al mattino, con la terra e i fili d’erba secca fra i capelli e i vestiti zuppi.

La moglie gli buttava un’occhiata e si chiudeva in camera a piangere.

Si accorse una notte che qualcuno aveva cominciato a seguirlo, a pedinarlo.

La mattina seguente, non tornò a casa, e nessuno seppe più nulla di lui. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIVOLUZIONI

Sono stata una ragazzina appassionata, educatrice di Azione Cattolica, impegnata a far passare a ragazzini poco più piccoli di me, valori che ritenevo importanti.

Sono stata la liceale delle occupazioni, rappresentante di classe in testa al corteo per riconquistare un’ aula magna che ci veniva negata.

Sono stata un’universitaria impegnata, a Roma, a manifestare per la pace durante la guerra in Iraq, nelle aule,alle riunioni del gruppo anarchico, a discutere di un ordine da sovvertire.

Oggi il pensiero di un Dio Padre mi fa sorridere, l’aborto lo ritengo una pratica dolorosissima ma a volte necessaria, in ogni caso una questione di coscienza del tutto personale, il preservativo, un dispositivo indispensabile e sono sposata in comune con un uomo divorziato e già padre di due figlie.

Al liceo avrei dovuto pensare piuttosto a vivermi un’ adolescenza spensierata che mi è sfuggita tra le mani e che ho poi preteso di rivivere in un’ età che non era quella giusta. Avrei dovuto vivere passioni leggere, baciare chi volevo.

All’università, la dillusione è arrivata invece immediatamente, quando ho scoperto che “giocare all’anarchico” era l’hobby preferito di figli di avvocati e notai.

Guardo alla me del passato, alla rivoluzionaria che in fondo, non ho mai smesso di essere.

Ho commesso molti errori, ma una convinzione è rimasta immutata : il mio amore per l’umanità, per la gente.

Mi è sempre apparso chiaro, il potenziale che ci portiamo dentro. Mi piace ascoltare le storie di vita, perché credo che la chiave stia là, che tutti stiamo facendo la nostra parte, senza idealismi , con la nostra umanità imperfetta.

 

SOSPESI

Ci pensavo, mentre lavavo i bicchieri della colazione stamattina.

Sentivo aggrapparsi quel dolore.

Ma in anestesia. Lo guardavo negli occhi senza paura. Lo chiamavo per nome.

Pensavo agli uccelli che hanno imparato a volare, che nessuna corrente d’aria improvvisa, può più destabilizzare.

Immobili nell’aria, magari quella corrente riescono a sfruttarla per salire più su.

Quelle correnti ballerine sono come questo mare nero familiare che mi risale da dentro.

Che schizza di grigio e poi di petrolio la realtà.

Ma è un istante. E quell’istante lo conosco e lo manovro ormai.

In stallo nell’aria, ferma come un falco sorretta dal dolore.

Gli punto i piedi sopra e mi spingo più su, mi libero dalla sua stretta, ma senza violenza.

Dolcemente e con forza, come un insetto nella sua metamorfosi.

L’aria di questa città a giugno, si fa acqua da respirare.

I vecchietti boccheggiano e vaneggiano sui balconi di questo quartiere ordinato, fino a che qualche badante li riporta dentro.

I bambini, liberi dalle prigioni a ore che chiamano scuole, tornano selvatici e veri e crudeli.

Saul fa velieri con i cuscini del salotto e affonda i piedi nei miei poveri fiori, nei sei o sette vasi del nostro balcone, piegandoli tutti.

Ricordo di quando da piccola torturavo afidi e formiche e spetalavo gerani. Anch’io su un balcone al sole, a sud.

C’è odore di zuppa di cipolle nell’aria a mezzogiorno. I nuovi vicini marocchini con la bambina piccola.

I corpi proporzionati delle donne rumene che camminano affiancate con le buste della spesa, sotto il sole bruciante.

Assomigliano al mio, ma non sono una di loro. E nemmeno una di qui.

I loro cerchi d’oro alle orecchie, i capelli platino o rosso fuoco e le sopracciglia nere, i loro discorsi di cui non riesco ad afferrare le sfumature, gli sguardi fieri, quel bagliore di disprezzo per me,che mi sembra di vedere, e che forse è solo la mia mente a costruire.

In camera da letto ondeggiano tende bianche, semplici, al vento caldo di questo pomeriggio, accarezzando il marmo freddo.

Sul comodino, “Frankestein” di Mary Shelley.

 

 

 

 

 

 

 

QUESTA CASA E’ TUTTA UN VELO

Eccomi a casa.

Giro la chiave nella toppa e con cautela rientro a casa “chiaranonmente”.

C’è puzza di chiuso.

Ritorno dopo mesi passati ad alimentare la mia solitudine e il mio voyeurismo su Facebook , mentre le maestre d’asilo di mio figlio mi chiamavano a colloquio per dire di “farlo vedere”  perché non ancora riusciva a stare fermo, ad eseguire gli ordini a  relazionarsi con gli altri.

Boom! Bomba su Facebook.

Boom! Bomba sull’asilo che ti vuole “rincoglionito” e “socialmente abile” a tre anni.

Boom! Bomba sulla mia vita, sui miei pensieri, sulle mie mani che stavano scrivendo racconti.

Nuovo asilo per Saul, dalle suore, chi lo avrebbe mai detto.

Nuova vita per me?

Non esattamente. Sono ancora disoccupata e sola, ma almeno ho smesso di insabbiare questa solitudine con fantasmi di vite altrui, di foto di cani, di gatti, di neonati, di aforismi , di anatemi, di social-pornografia.

La solitudine, mi mangia accanto. Ha il suo volto che assomiglia tanto al mio, e mi va bene così.

E poi c’è questo monolocale, questo blog tanto desiderato, lasciato a impolverarsi.

Ecco sono rientrata.

Spolvero la tavola  e ci metto su una rosa bianca.

Apro la finestra. E’ sera. E’ quasi eternamente sera qui.

Con le mani fasciate e le ferite che bruciano all’aria, mi siedo e scrivo.

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