chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

E ANCORA…

Un gatto completamente bianco,allo stato selvatico è una rarità,un colpo azzeccato alla roulette della genetica.
E quel gatto,la guarda dal vetro della finestra sotto il mucchio delle coperte.

Jessica è sveglia da un pezzo ma non vuole alzarsi.Le arriva alle narici l’odore osceno del deodorante da discount di sua madre che si prepara per andare a lavoro.Ci lavora in quel discount.Fa la cassiera. Coda alta, fard spennellato abbondantemente a voler resuscitare gli zigomi appassiti,il rossetto che puntualmente le macchia i denti e la musica a palla di quel coglione seguito dalle ragazzine.
La odia.Aspetta di sentire la porta sbattere alle sue spalle per uscire dal letto.

Costanza guarda sua madre strappare la plastica che unisce la rivista al libro, sfogliare il libro come si fa con una rivista e allinearlo all’arcobaleno di dorsi di libri colorati mai letti,in bella vista nella vetrina in salotto.
Poi la guarda immergersi nella rivista, come si fa con un libro.
E’così ricercatamente acqua e sapone, così finto-pura,così finto-intellettuale,così finta.
Costanza:ombretto nero sugli occhi, rossetto sangue e smalto scrostato sulle unghie,e la distanza è stabilita.
Questa mattina andrà al discount a prendere un nuovo ombretto verde acido.A rubarlo in realtà,perchè non vuole chiederle soldi.

Lo mette in tasca furtivamente.
Jessica,che staziona alla cassa perchè sua madre ha dimenticato,uscendo, di lasciarle i soldi per quel libro che punta da un mese,la vede mentre lo fa.
Ha l’abitudine di osservare di nascosto le persone e di immaginare storie su di loro,che poi appunta su un quaderno.
E quella ragazza con la pelle bianchissima,e il rossetto acceso,che si guarda attorno con uno sguardo carico di tensione,ha catturato la sua attenzione.
Costanza sta per imboccare l’uscita.Gli allarmi stanno per suonare.
Jessica la ferma per un braccio,e avvicinando la faccia alla sua,le dice piano : “Dammelo, subito”.
Costanza,con la mano che trema,fa sparire l’ombretto in quella di Jessica che rivolta alla madre,avviandosi verso l’uscita, urla agitando in aria la scatoletta :”O fata,prendo questo,battilo in cassa!”.
La mamma, con sguardo compiaciuto rivolto ai clienti: “Finalmente!Era ora che ti svegliassi!Un po’de femminilità diosanto!Brava la figlia mia!”.
Jessica trattiene un conato ed esce all’aria aperta.
Fuori, appoggiata al muro,l’aspetta Costanza.

“Quanto devo ridarti per l’ombretto?I soldi non li ho subito,ma se mi dici dove abiti,vengo a portarteli oggi pomeriggio”.

“Tranquilla,paga mia madre.Piuttosto,perchè volevi metterti nei casini?”

“Non volevo chiedere i soldi a mia madre…ci ho provato.”

“Bella stronzata stavi per fare.”

“Non ci siamo presentate. Mi chiamo Costanza.”

“Jessica. Spostiamoci da qua,che questa macchina deve fare manovra.Io vado verso il parchetto,tu?”

“Stavo tornando a casa, ma ti accompagno per un pezzo.”

“Non ti ho mai vista da queste parti,abiti qua?”

“Sì ma in un altro quartiere, su in centro.”

“Ah,capito,sei una di quelli.”

“Che intendi?”

“Niente.Solo a prima vista non si direbbe.”

“Ho alcuni volantini col mio recapito da attaccare.Voglio fare l’estetista,provarci almeno,ma non voglio che i miei lo vengano a sapere.Loro non vogliono.
Potrei farlo a casa di mia zia.Fa la giornalista, è sempre all’estero. Mi ha dato le chiavi perchè una volta al giorno devo andare a sfamare la sua tartaruga”.

“Io vorrei solo vedere il meno possibile mia madre.Ma a questo ci pensa il discount.E leggere senza rotture di coglioni.E magari anche scrivere finchè lei mi campa”.

“Davvero? Ma non ti sentiresti un peso,alla lunga?”

“Chee?Ma quale peso!Dovresti vedere che cosa sono costretta a subire.Diciamo che i soldi che mi passa sono un riscatto per lo squallore in
cui mi costringe a vivere.Mio padre è morto.Avevo sei anni.E’caduto dal palo della luce su cui stava lavorando”.

“Mi dispiace.Se ti va, uno di questi pomeriggi, ti faccio le mani”.

Jessica, soffoca una risatina e poi esplode ridendo apertamente,con gli occhi socchiusi e i denti in bella vista.

“Ok,ok,come vuoi.Nessuno mi aveva mai “fatto le mani” prima d’ora. A mia madre verrà un infarto e mi nominerà unica erede dei suoi fard usati,e rossetti mezzi squagliati,e smalti improbabili.Non vedo l’ora!”.

“Per te andrebbe bene domani alle quattro?”

“Ok,sì,va bene.Ci vediamo qua e poi andiamo a casa di tua zia giusto?”

“Giusto”.

Costanza gira la chiave nella toppa e la porta si apre su cinquanta metri quadri di funzionale,maniacalmente ordinato, claustrofobico,ikeaarredato,miniappartamento di donna single in carriera.Di fianco al divano,accanto alla finestra c’è la vaschetta di Dorothy,immobile sull’isoletta di plastica.

“Spero non sia morta,mia zia mi ammazzerebbe”

“Dov’è la libreria?Ah eccola!Dunque vediamo…”

“Jessica,io preparo!Dorothy ecco i tuoi gamberetti”.

“Ma devo proprio?” E mentre lo dice butta a Costanza uno sguardo ironico e divertito, che si posa su un altro paio d’occhi,che la guardano invece con un entusiasmo pieno di speranze.

“Se vuoi…Io mi esercito”

“Va bene.Ma solo perchè mi devi un ombretto”

“Metti le mani in questa bacinella”

“Che roba è?”

“Acqua e sale”

“Serve per ammorbidire le cuticole”

“Ottimo,io non sapevo nemmeno di avercele!”

“Non voglio diventare come lei,nè come mia madre sai?”

“Come lei chi?”

“Come mia zia.E’sempre lontana.Questa casa è fredda.Voglio muri palpitanti di risate di bambini,e un marito,e un lavoro che mi renda felice.Sono certa che lei non lo è.E nemmemo mia madre,che dopo il divorzio si fa mantenere da mio padre e una volta alla settimana si vede con Alì,il cameriere marocchino del ristorante sottocasa.Dice che sono un’offesa alle lotte femministe di mia nonna,una mutazione,un ramo storto nel nostro albero genealogico tutto proteso verso l’emancipazione delle sue componenti femmine”

Jessica si guarda le mani,sott’acqua sembrano più grandi.

“Jessica non dici niente?”

“Cosa vuoi che ti dica?Io sono un cardo selvatico spuntato sotto il culo di mia madre.Non fa che lamentarsi.Mi ha detto che un giorno farà un falò dei miei inutili libri.Che le sarebbe piaciuto avere una figlia normale.Che si vergogna a presentarmi alle sue amiche.Non chiedevo di meglio!”

Gli occhi neri e sbeffeggianti di Jessica contrastano per un istante con un moto di tristezza sul suo viso.L’ombra scompare in un attimo e torna a prendere in giro Costanza.

“Allora?Le mie mani stanno diventando palmate,posso disammollarle?”

“Sì,adesso sì”

“Domani voglio portarti alle Rocce.Ci sei mai stata?E’ appena fuori città.Ci si arriva col motorino.Papà mi ci portava sempre, di domenica,quando mia madre lavorava.C’è una bella vista e si sta in pace.”

“Va bene, portiamo la birra e ce la mettiamo sulle gambe, vedrai che abbronzatura e che pelle liscia dopo!Parola di estetista”

“Io la birra preferirei bermela, ma faremo come vuoi tu”

I muri del miniappartamento,tornano dopo tanto a scaldarsi di risate e battiti.

Il rumore del motorino è intervallato dal suono di due bottiglie di birra, che ogni tanto sbattono una contro l’altra, dentro la busta bianca, che oscilla ad ogni curva sui polpacci di Costanza.
L’aria sferza due volti assonnati.

“Costà tutto ok là dietro?Ce la fanno ste birre?Che io al discount non ci torno…”

“Tranquilla.Guarda là piuttosto,frena!”

Il motorino accosta.In mezzo alla strada c’è il ventre gonfio di un gatto che dev’essere stato completamente bianco.Ora il pelo è ispido di sangue e la testa è schiacciata.

Costanza e Jessica gli si accovacciano a fianco.

“Non posso guardare.” Costanza gira la testa.

“E’ solo un gatto morto.La testa ora è piatta.Chissà se ha sentito l’impatto.Dev’essere stato un gatto molto bello.Guarda che pelo bianco…”

“Jessica ti prego.Sto per vomitare.Andiamocene.Povera bestia”

“Un giorno scriverò un racconto dal punto di vista di un gatto.Che te pare?”

Jessica rinforca il motorino.Costanza la raggiunge con passo lento e si sistema dietro di lei.Non parla.

“Eccoci qua.Scendi e fatti una corsa laggiù fin dove finisce il prato e dimmi cosa vedi”

Costanza scende dal motorino,e a ritmo di bottiglie tintinnanti cammina fino alla fine dell’erba.

“Si vede tutta la città da qui!Non c’ero mai stata!”. Urla a Jessica che la sta raggiungendo.

“Te l’avevo detto che era un bel posto”.

Jessica si siede di fianco a Costanza, con i piedi che sporgono nel vuoto sottostante lo sperone di roccia.

“Ecco la birra.Mettila sulle gambe e sulla faccia”

“Come vuoi.Però mi faccio anche un sorsetto”

“Poca però che ci serve.Dobbiamo rimetterla più volte, altrimenti non fa effetto”. Costanza,in tono professionale e con sguardo serio.

“Davvero?” Jessica, sorridendo ironicamente con ogni muscolo del viso.

“Io e papà ci fermavamo sempre qua.La domenica si faceva la barba.Diceva che era per me.Per non pizzicarmi le guance.E metteva il dopobarba.
Ricordo ancora quel profumo.Giocavamo a ritrovare la nostra casa, tra le miriadi che si vedono laggiù.Parlava poco. Mi diceva che il lavoro è tutto e che dopo le scuole medie, avrei iniziato anch’io, che la scuola è inutile ed è fatta per i pigri.Poi mi faceva vedere le mani callose e mi diceva che era da quelle che si misurava il valore di un uomo.Probabilmente, mia madre avrebbe accantonato i miei libri e lui ci avrebbe appiccato il fuoco sotto”.

“Mio padre, dopo il divorzio, lo vedo solo di sabato.Viene a prendermi all’uscita da scuola e mi porta al ristorante del centro commerciale.
Mi fa sempre le stesse domande.Poi restiamo in silenzio.Poi mi chiede se ho bisogno di soldi, ci giriamo il centro commerciale e mi riporta a casa”

“Ho la faccia che va a fuoco!”

“E’ la birra!Comincia a fare effetto.Tieni, mettine ancora.”

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