chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “agosto, 2013”

Pietro e Olga

Pietro si slaccia gli scarponi seduto sul bordo del letto, poi si passa una mano sulla testa rasata, i capelli stanno ricrescendo, deve ritagliarli.E’l’ultimo pensiero, prima di buttarsi sfinito sul materasso che si piega senza opporre resistenza,sotto il peso della sua corporatura massiccia.La manifestazione lo ha sfinito:i cori,il freddo,le birre.
Si sveglia dopo un’ora.Deve pisciare e ha fame.
Si trascina in cucina.C’è sua madre seduta al tavolo che si trucca con uno specchietto in mano.Gli sembra che abbia un viso strano, come distorto,forse perchè ha gli occhi ancora appannati.Pietro se li stropiccia.
Merda,resta uguale.
“Mà,cazzo hai fatto alla faccia?” sbiascica aprendo il frigo,senza avere più il coraggio di guardarla.
“Neanche più una ruga,hai visto?Ti piace bambolotto mio?”.Si alza mettendo le braccia intorno al collo di Pietro che si divincola scansandola con una manata.
“Mi fai pena”.
“Non dire così amore,con quello che mi è costato fare questo “botox”,il dottore ha detto che si chiama così.Stasera esco,tuo padre è al club”.
Pietro con la bocca piena di un pezzo di tramezzino bofonchia un:”Ok.Divertiti con la tua nuova faccia da culo”.
E lei:”Non ho capito.Cosa hai detto amore?”.
“Lascia stare mà.Vado in camera.Cià”.

Olga passa delicatamente l’asciugamano sul volto di nonna Ada, segnato da mille solchi di vita e ogni tanto getta un’occhiata furtiva allo specchio di fronte a loro.
Le lava il viso ogni sera, prima di metterla a letto.Poi le si siede di fianco e le legge, a bassa voce, alcune preghiere ortodosse,nella sua lingua.
Quando la nonna chiude gli occhi,Olga si alza dalla sedia e va in cucina.
Mette un po’ di vodka in un bicchierino e si siede sulla poltrona, di fronte alla tv accesa.Finito il bicchierino,un calore buono la invade e si addormenta con in mano una fotografia.

E’sabato notte.L’orologio a pendolo suona le due.Olga si sveglia di soprassalto,e,come sempre,si prende un po’ di tempo per guardarsi intorno e realizzare che è a casa di nonna Ada,si è addormentata sulla poltrona,e deve trovare un barlume di forza e lucidità per trascinarsi a letto.Stanotte, si accorge che ha sudato, deve aver fatto un incubo.
Sente all’improvviso un colpo alla porta d’ingresso, e poi un tonfo.
Olga si alza al rallentatore e va verso lo spioncino.Ha gli occhi appannati ma riesce a vedere là, sullo zerbino appena fuori la porta, un corpo accovacciato a terra.
Apre piano e riconosce nell’ammasso di vestiti,la testa rasata di Pietro, il nipote di nonna Ada,serrata contro le gambe piegate.

“Pietro…”
Lo prende per le spalle e lo trascina dentro.All’inizio oppone resistenza, ma poi si abbandona, lungo disteso sul pavimento dell’ingresso.
Puzza d’alcool.
“Ti aiuto?”.
“No”.
Pietro inizia a lamentarsi,sente dentro la testa, il cervello che ondeggia come una bottiglia in mezzo al mare e quella maledetta paura di morire,che inizia a fotterlo.Non vuole che lo aiuti,quella puttana di un’immigrata,che sta lì curva sopra di lui e lo fissa.
Ricorda solo l’istante in cui le forti braccia di lei, afferrano le sue e lo trascinano in paradiso.Il bagno, finalmente.
Ci butta dentro l’anima.Poi di nuovo le ganasce che lo prendono da sotto le ascelle.Il letto.La bottiglia oscilla sempre più piano tra le onde.Piano…Piano…

“Ho chiamato tua madre,sa che sei qua”.
La luce di mezzogiorno di gennaio, riscalda la stanza e la coperta di Pietro, all’altezza delle gambe.
“Sai che gliene frega.Voglio dormire.Lasciami in pace”.
“Vuoi acqua?”.
“No, ti ho detto di uscire”.
Olga va verso la porta.Pietro, con la faccia nascosta tra le coperte, la guarda andarsene.

Sono le sei di pomeriggio a casa di nonna Ada.Dai braccioli del divano, spuntano i calzini bianchi di Pietro che guarda la tv allungato.
Ha il cranio ancora stretto nella morsa del mal di testa post sbronza e davanti ai suoi occhi passano immagini di vecchi bikers canuti e muscolosi accalcati intorno al rottame di una moto da riparare.
Nonna Ada dalla sedia a rotelle,fissa Olga che si muove intorno ai fornelli,la guarda col volto bloccato da almeno due anni, nella stessa espressione estatica che la fa sembrare una bambina,di fronte a un regalo appena scartato.Non può più parlare,e nessuno può dire se dietro quegli occhi immobili stia ancora pensando.
Olga crede di sì.Quando la sera le lava il viso,dallo specchio di fronte,riesce a cogliere su quella maschera statica, un impercettibile sorriso.
Pietro guarda ogni tanto, da sopra lo schienale,il culo di Olga che si muove, dal frigo al lavello,dal lavello al forno.

“Resti a mangiare con noi stasera?”.
“Ok”.
Non riesce a dire altro,nella testa indolenzita c’è posto per un solo pensiero : prendere Olga da dietro e magari raccontare l’impresa ai
suoi commilitoni,sostituendo Olga con Beatrice, la sua inesistente fidanzata del nordest.
La stessa che veste i panni di Maria, la prostituta che lo ha iniziato e continua a sbeffeggiarlo bonariamente, le sere che va a svuotarsi da lei,per avere un abbraccio e qualcosa da raccontare ai suoi confratelli.
L’impresa eroica richiede l’impeto del superuomo.
Non c’è morale,non c’è paura.
Pietro si alza di scatto e cinge Olga con tutta la forza che i suoi sedici anni gli permettono.
Lei gira la testa verso di lui.
Gli occhi di Olga,riescono ad agganciare,per la prima volta, in un istante,quelli di Pietro.
E per la prima volta,lui si sente nudo.
E vorrebbe solo scappare, lontano da quello sguardo.
Molla la presa,si gira verso nonna Ada.Sul suo viso immobile c’è rimprovero misto a tristezza.Pietro può vederlo.E’ così.
Afferra gli scarponi rimasti di fronte al divano e va via.

E’passato mese da quel pomeriggio.Appena sotto la superficie di Pietro, i tentacoli della vergogna,deboli ma ben ramificati, vorrebbero che non mettesse più piede in quella casa. Dentro Pietro, una forza ancestrale che grida potente, il bisogno di sentirsi ancora indifeso di fronte a quella donna.
Ci sono dei documenti da portare ad Olga.E’per la sua regolarizzazione.I suoi genitori,sono troppo impegnati.Andrà lui.

Pietro entra in casa di nonna Ada,con gli occhi bassi, per difendersi da quello sguardo che teme e di cui ha bisogno nello stesso tempo.
Ha la mano che trema un poco, quando porge ad Olga, la busta con le carte.
“Resti a mangiare con noi stasera?”
Di nuovo quell’invito.Allora si è ripresa.Allora forse non ce l’ha con lui.
“Sì,va bene”
Pietro si siede appoggiato al tavolo,e guarda il vuoto davanti a lui, in silenzio, mentre gli arrivano alle orecchie i rumori che fa Olga mentre cucina e lentamente un odore buono.
Olga imbocca la nonna,aspettando di cogliere ad ogni boccone, un sfumatura d’apprezzamento sul suo viso.
Pietro mastica in silenzio con gli occhi sul piatto.

“Ce l’hai la ragazza, Pietro?”
“No”
“Io alla tua età avevo già un figlio, sai?”
Pietro annuisce continuando a guardare in basso.
“Era biondo, come te,se diventava grande, ti assomigliava”
“Perchè,dov’è ora?” Pietro ha la voce che trema e solo adesso,trova la forza di alzare gli occhi ed incontrare per un breve istante, quelli di Olga, e di trovarci dentro malinconia e poi un sorriso, per lui.
“E’ morto,aveva cinque anni.Broncopolmonite”.
“Quindi, sei sposata?”
“Ero sposata.Il dolore.Non parlavamo più.Io ho deciso di venire in Italia.Aspetta,ti faccio vedere una cosa…”
Olga si alza ed apre un cassetto.Tira fuori una piccola foto consumata dal tempo.
“Eccolo, è il mio bambino.E’tanto bello vero?”.
“Sì”.
“Oggi,faceva quindici anni,tieni,beviamo per lui”.Olga,porge a Pietro,un bicchierino di vodka e lo bevono entrambi d’un fiato.
“E’ fortissima!” Pietro tossisce un po’ e Olga prima ridacchia, con la mano davanti alla bocca, poi si lascia andare ridendo con tutto il corpo.
“Piano!Non dovevi berla così veloce!”.

“Adesso devo andare”.
“Resta un altro poco,Pietro”.
“Va bene”.

Pietro appoggiato allo stipite della porta del bagno, guarda Olga che lava il viso a nonna Ada ed ogni tanto butta uno sguardo pieno di tenerezza,anche a lui,che sta per crollare di stanchezza ed alcool,ma che non vuole andare via.
“Guarda come sorrride tua nonna, è felice.E’ stata una donna molto bella e anche adesso lo è.Vero Ada?”Le dà un bacio su una guancia.
Anche Pietro, si stacca dalla porta e viene ad abbracciarle entrambe.
Si guardano allo specchio.Sono belli,tutti e tre insieme.
E’il sedici febbraio,sono le dieci di sera, e fuori sta iniziando a nevicare.

Nonna Ada, non avrebbe mai visto quella neve sciogliersi.
E’ passata una settimana da quella sera.
Olga le legge le preghiere,lei, con lo sguardo fisso sul soffitto, non accenna ad addormentarsi.
“Nonna cosa c’è stasera.Perchè non vuoi dormire?”sussurra Olga appoggiando dolcemente la guancia alla sua.
E’fredda.
“Nonna!Ada!”.Un solo urlo.Olga le si stende vicino.E inizia a piangere sommessamente.Poi,si addormenta col viso stretto al suo.
Quando si sveglia,la nonna guarda ancora il cielo,e lei non ha più lacrime.
E’in cucina e beve un sorso dalla bottiglia di vodka.Poi un altro.Poi un altro ancora.
Prima che il calore salga, prende il telefonino e chiama la madre di Pietro.
“La nonna.E’ fredda.Venite, vi prego”.
Poi torna in camera e con la mano, le abbassa le palpebre sugli occhi.
Si siede sulla poltrona di fianco.
E’una fredda notte d’inverno,nella campagna ucraina.C’è un bambino nel letto di fronte a lei.Capelli biondi,viso bianchissimo.Ha una smorfia di dolore impressa per sempre sul volto.Per sempre.Per sempre.

Il contatto di un viso caldo accanto al suo,la sveglia.
E’ Pietro.
“Olga…”

“Che farai adesso?”
“Torno in Ucraina.Il mio bambino è da solo là,sotto la neve.Ha bisogno delle mie preghiere”.
Olga sta ammucchiando maglie in uno scatolone.
Si ferma un istante per fare una carezza a Pietro che non parla più.
Poi,in preda ad una forza che le impedisce di fermarsi, torna a stipare maglioni nella scatola.
“Voglio venire a trovarti in Ucraina”.
“Quest’estate”.

La mano liscia e calda di Pietro,si intrecciava a quella ruvida di freddo,di detersivi e di vita, di Olga,nel momento esatto in cui le loro esistenze stavano per dividersi.

Annunci

L’EPILOGO

MUTANTI
Un gatto completamente bianco,allo stato selvatico è una rarità,un colpo azzeccato alla roulette della genetica. E quel gatto,la guarda dal vetro della finestra sotto il mucchio delle coperte.
Jessica è sveglia da un pezzo ma non vuole alzarsi.Le arriva alle narici l’odore osceno del deodorante da discount di sua madre che si prepara per andare a lavoro.Ci lavora in quel discount.Fa la cassiera. Coda alta, fard spennellato abbondantemente a voler resuscitare glizigomi appassiti,il rossetto che puntualmente le macchia i denti e la musica a palla di quel coglione seguito dalle ragazzine. La odia.Aspetta di sentire la porta sbattere alle sue spalle per uscire dal letto.
Costanza guarda sua madre strappare la plastica che unisce la rivista al libro, sfogliare il libro come si fa con una rivista e allinearlo all’arcobaleno di dorsi di libri colorati mai letti,in bella vista nella vetrina in salotto. Poi la guarda immergersi nella rivista, come si fa con un libro. E’così ricercatamente acqua e sapone, così finto-pura,così finto-intellettuale,così finta. Costanza:ombretto nero sugli occhi, rossetto sangue e smalto scuro sulle unghie,e la distanza è stabilita. Questa mattina andrà al discount a prendere un nuovo ombretto verde acido.A rubarlo in realtà,perchè non vuole chiederle soldi.
Costanza lo mette in tasca furtivamente. Jessica,che staziona alla cassa perchè sua madre ha dimenticato,uscendo, di lasciarle i soldi per quel libro che punta da un mese,la vede mentre lo fa.Ha l’abitudine di osservare di nascosto le persone e di immaginare storie su di loro,che poi appunta su un quaderno. E quella ragazza con la pelle bianchissima,e il rossetto acceso,che si guarda attorno con uno sguardo carico di tensione,ha catturato la sua attenzione. Costanza sta per imboccare l’uscita.Gli allarmi stanno per suonare. Jessica la ferma per un braccio,e avvicinando la faccia alla sua,le dice piano : “Dammelo, subito”. Costanza,con la mano che trema,fa sparire l’ombretto in quella di Jessica che rivolta alla madre seduta in cassa,avviandosi verso l’uscita, urla agitando in aria la scatoletta :”O fata,prendo questo!”. La mamma, con sguardo compiaciuto verso i clienti: “Finalmente!Era ora che ti svegliassi!Un po’de femminilità diosanto!Brava la figlia mia!”. Jessica trattiene un conato ed esce all’aria aperta. Fuori, appoggiata al muro,l’aspetta Costanza.
Costanza mormora con gli occhi bassi :”Quanto devo ridarti per l’ombretto?I soldi non li ho subito,ma se mi dici dove abiti,vengo a portarteli oggi pomeriggio”.
“Tranquilla,paga mia madre.Piuttosto,perchè volevi metterti nei casini?”
“Non volevo chiedere i soldi a mia madre per un ombretto,lei non avrebbe approvato…”
“Bella stronzata stavi per fare.”
“Grazie per avermi tirata fuori dai guai,allora.Non ci siamo presentate. Mi chiamo Costanza.”
“Io Jessica. Spostiamoci da qua,che questa macchina deve fare manovra.Io vado verso il parchetto,tu?”
“Stavo tornando a casa, ma ti accompagno per un pezzo.”
“Non ti ho mai vista da queste parti Costà,abiti in questa città?”
“Sì ma in un altro quartiere, su in centro.”
“Ah,capito,sei una di quelli.”
“Che intendi?”
“Niente.Solo a prima vista non si direbbe.”
“Ho alcuni volantini col mio recapito da attaccare.Voglio fare l’estetista,provarci almeno,ma non voglio che i miei lo vengano a sapere.Loro me lo impedirebbero. Voglio farlo a casa di mia zia.Fa la giornalista, è sempre all’estero. Mi ha dato le chiavi perchè una volta al giorno devo andare a mettere il mangime alla sua tartaruga”.
“Io vorrei solo vedere il meno possibile mia madre.Ma a questo ci pensa il discount.E leggere senza rotture di coglioni.E magari anche scrivere finchè lei mi campa”.
“Davvero?Ma non ti sentiresti un peso,alla lunga?”
“Chee?Ma quale peso!Dovresti vedere che cosa sono costretta a vedere!Diciamo che i soldi che mi passa, sono un riscatto per lo squallore in cui mi costringe a vivere.Mio padre è morto.Avevo sei anni.E’caduto dal palo della luce su cui stava lavorando”.
“Mi dispiace.Se ti va, uno di questi pomeriggi, ti faccio le mani”.
Jessica, soffoca una risatina e poi esplode ridendo apertamente,con gli occhi socchiusi e i denti in bella vista.
“Ok Costà,come vuoi.Nessuno mi aveva mai “fatto le mani”.A mia madre verrà un infarto e mi nominerà unica erede dei suoi fard usati,e rossetti mezzi squagliati,e smalti improbabili.Non vedo l’ora!”.
“Per te andrebbe bene domani alle quattro?”
“Ok,sì,va bene.Ci vediamo qua e poi andiamo a casa di tua zia giusto?”
“Giusto”.
Costanza gira la chiave nella toppa e la porta si apre su cinquanta metri quadri di funzionale,maniacalmente ordinato, claustrofobico,ikeaarredato,miniappartamento di donna single in carriera.Di fianco al divano,accanto alla finestra c’è la vaschetta di Dorothy,immobile sull’isoletta di plastica.
“Spero non sia morta,mia zia mi ammazzerebbe”.
“Dov’è la libreria in questa casa?Ah eccola!Dunque vediamo…”
“Jessica,io preparo per la manicure!Dorothy ecco i tuoi gamberetti”.
“Ma devo proprio?” E mentre lo dice Jessica butta a Costanza uno sguardo ironico e divertito, che si posa su un altro paio d’occhi,che la guardano invece con un entusiasmo pieno di speranze.
“Se vuoi…Io mi esercito”
“Va bene.Ma solo perchè mi devi un ombretto”
“Metti le mani in questa bacinella”
“Che roba è?”
“Acqua e sale.Serve per ammorbidire le cuticole”
“Ottimo,io non sapevo nemmeno di avercele!”
“Non voglio diventare come lei Jessica,nè come mia madre sai?”
“Come lei chi?”
“Come mia zia.E’sempre lontana.Questa casa è fredda.Voglio muri palpitanti di risate di bambini,e un marito,e un lavoro che mi renda felice.Sono certa che lei non lo è.E nemmemo mia madre,che dopo il divorzio si fa mantenere da mio padre e una volta alla settimana si vede con Alì,il cameriere marocchino del ristorante sottocasa.Dice che sono un’offesa alle lotte femministe di mia nonna,una mutazione,un ramo storto nel nostro albero genealogico tutto proteso verso l’emancipazione delle sue componenti femmine”
Jessica si guarda le mani,sott’acqua sembrano più grandi.
“Jessica non dici niente?”
“Cosa vuoi che ti dica?Io sono un cardo selvatico spuntato sotto il culo di mia madre.Non fa che lamentarsi.Mi ha detto che un giorno farà un falò dei miei inutili libri.Che le sarebbe piaciuto avere una figlia normale.Che si vergogna a presentarmi alle sue amiche.Non chiedevo di meglio!” Gli occhi neri e sbeffeggianti di Jessica contrastano per un istante con un moto di tristezza sul suo viso.L’ombra scompare in un attimo e torna a prendere in giro Costanza.
“Allora?Le mie mani stanno diventando palmate,posso disammollarle?”
“Sì,adesso sì”
“Domani voglio portarti alle Rocce Costà.Ci sei mai stata? E’ appena fuori città.Ci si arriva col motorino.Papà mi ci portava sempre, di domenica,quando mia madre lavorava.C’è una bella vista e si sta in pace.”
“Va bene, allora portiamo la birra e ce la mettiamo sulle gambe, vedrai che abbronzatura e che pelle liscia dopo!Parola di futura estetista”
“Io la birra preferirei bermela, ma faremo come vuoi tu”
I muri del miniappartamento,tornano dopo tanto a scaldarsi di risate e battiti.
Il rumore del motorino è intervallato dal suono di due bottiglie di birra, che ogni tanto sbattono una contro l’altra, dentro la busta di plastica bianca, che oscilla ad ogni curva sui polpacci di Costanza. L’aria sferza due volti assonnati.
“Costà tutto ok là dietro?Ce la fanno ste birre?Che io al discount non ci torno…”
“Tranquilla.Guarda là piuttosto,frena!”
Il motorino accosta.In mezzo alla strada c’è il ventre gonfio di un gatto che dev’essere stato completamente bianco.Ora il pelo è ispido di sangue e la testa è schiacciata.
Costanza e Jessica gli si accovacciano a fianco.
“Non posso guardare.” Costanza gira la testa.
“E’ solo un gatto morto.La testa ora è piatta.Chissà se ha sentito l’impatto.Dev’essere stato un gatto molto bello.Guarda che pelo bianco…”
“Jessica ti prego.Sto per vomitare.Andiamocene.Povera bestia”
“Un giorno scriverò un racconto dal punto di vista di un gatto.Che te pare?”
Jessica rinforca il motorino.Costanza la raggiunge con passo lento e si sistema dietro di lei.Non parla.
“Eccoci qua.Scendi e fatti una corsa laggiù fin dove finisce il prato e dimmi cosa vedi”
Costanza scende dal motorino,e a ritmo di bottiglie tintinnanti cammina fino alla fine dell’erba.
“Si vede tutta la città da qui!Non c’ero mai stata!”. Urla a Jessica che la sta raggiungendo.
“Te l’avevo detto che era un bel posto”.
Jessica si siede di fianco a Costanza, con i piedi che sporgono nel vuoto sottostante lo sperone di roccia.
“Ecco la birra.Mettila sulle gambe e sulla faccia”
“Come vuoi.Però mi faccio anche un sorsetto”
“Poca però che ci serve.Dobbiamo rimetterla più volte, altrimenti non fa effetto”. Costanza,in tono professionale e con sguardo serio.
“Davvero?” Jessica, sorridendo ironicamente con ogni muscolo del viso.
“Io e papà ci fermavamo sempre qua.La domenica si faceva la barba.Diceva che era per me.Per non pizzicarmi le guance.E metteva il dopobarba. Ricordo ancora quel profumo.Giocavamo a ritrovare la nostra casa, tra le miriadi che si vedono laggiù.Parlava poco. Mi diceva che il lavoro è tutto e che dopo le scuole medie, avrei iniziato anch’io, che la scuola è inutile ed è fatta per i pigri.Poi mi faceva vedere le mani callose e mi diceva che era da quelle che si misurava il valore di un uomo.Probabilmente, mia madre avrebbe accantonato i miei libri e lui ci avrebbe appiccato il fuoco sotto”.
“Mio padre, dopo il divorzio, lo vedo solo di sabato.Viene a prendermi all’uscita da scuola e mi porta al ristorante del centro commerciale. Mi fa sempre le stesse domande.Poi restiamo in silenzio.Poi mi chiede se ho bisogno di soldi, ci giriamo il centro commerciale e mi riporta a casa”
“Ho la faccia che va a fuoco!”
“E’ la birra!Comincia a fare effetto.Tieni, mettine ancora.”
“Sì ma guarda che mani!Guarda che mani!”Urla Jessica divertendosi a scuotere Costanza per le spalle e mettendole le mani di fronte agli occhi.
“Fermati, altrimenti mi smonti!Sono bellissime e allora?.Faccio bene il mio lavoro,cosa credi?E smettila di fare treccine con i nostri lacci.Ti rendi conto che se inciampiamo mi ti porti appresso?Magari finiamo nel dirupo qua sotto!Ho i brividi và.Passami quella bottiglia che devo dare anch’io una rinfrescata alle gambe”
“Tieni!Io mi sa che mi addormento”
Le nuvole passano su Jessica e Costanza allungate, con gli occhi chiusi e le facce distese.
“Merda che incubo!” grida Jessica svegliandosi di soprassalto e mettendosi in piedi.
“Che hai sognato?” Chiede Costanza che è già sveglia da un po’, e sta fissando l’orizzonte.
“Mia madre che mi legava ad una sedia e mi truccava e sbaciucchiava!Si era decisa a  presentarmi alle sue amiche.Quelle dopo un po’ arrivavano.Sembravano zombie e iniziavano a staccarmi lembi di pelle a morsi.Non provavo dolore ma mi mancava l’aria.Sentivo di stare per soffocare.Orribile.Mi sento le ossa tritate.Ho bisogno di stenderle”. Jessica alza le braccia per stirarsi.
In quello stesso momento la roccia sotto di lei cede.Troppe piogge quell’anno. Jessica sprofonda appresso al boato portandosi dietro Costanza che ha i lacci delle scarpe ancora intrecciati ai suoi.
La schiena di Costanza è arcuata e rigida sopra una roccia appuntita.Dagli occhi sbarrati, scende lentissima una lacrima.
Jessica è appiattita al suolo.Anche lei ha gli occhi sbarrati, col petto che si gonfia a tratti, nello sforzo immane di incamerare ancora aria.Sul viso,si è immobilizzato per sempre il suo sorriso ironico.Sente se stessa che sta biascicando parole,come se si ascoltasse dall’esterno.Vorrebbe dire a Costanza : “T’immagini come si concerà mia madre al nostro funerale?” Così, per farla ridere ancora.
E’ così, Jessica, tua madre si imbelletterà come una bambola per partecipare ad un talk-show in tv, dove parlerà di te, delle tue stranezze,del giorno che hai deciso di ubriacarti e suicidarti insieme alla tua amica.
E Costanza,carissima, tua madre invece, sta ancora sforzandosi di capire come si fa a piangere,con la testa appoggiata sulle grandi spalle di Alì e un bicchiere di vodka in mano.
Vi saluto entrambe ragazze,mi mancherete.

E ANCORA…

Un gatto completamente bianco,allo stato selvatico è una rarità,un colpo azzeccato alla roulette della genetica.
E quel gatto,la guarda dal vetro della finestra sotto il mucchio delle coperte.

Jessica è sveglia da un pezzo ma non vuole alzarsi.Le arriva alle narici l’odore osceno del deodorante da discount di sua madre che si prepara per andare a lavoro.Ci lavora in quel discount.Fa la cassiera. Coda alta, fard spennellato abbondantemente a voler resuscitare gli zigomi appassiti,il rossetto che puntualmente le macchia i denti e la musica a palla di quel coglione seguito dalle ragazzine.
La odia.Aspetta di sentire la porta sbattere alle sue spalle per uscire dal letto.

Costanza guarda sua madre strappare la plastica che unisce la rivista al libro, sfogliare il libro come si fa con una rivista e allinearlo all’arcobaleno di dorsi di libri colorati mai letti,in bella vista nella vetrina in salotto.
Poi la guarda immergersi nella rivista, come si fa con un libro.
E’così ricercatamente acqua e sapone, così finto-pura,così finto-intellettuale,così finta.
Costanza:ombretto nero sugli occhi, rossetto sangue e smalto scrostato sulle unghie,e la distanza è stabilita.
Questa mattina andrà al discount a prendere un nuovo ombretto verde acido.A rubarlo in realtà,perchè non vuole chiederle soldi.

Lo mette in tasca furtivamente.
Jessica,che staziona alla cassa perchè sua madre ha dimenticato,uscendo, di lasciarle i soldi per quel libro che punta da un mese,la vede mentre lo fa.
Ha l’abitudine di osservare di nascosto le persone e di immaginare storie su di loro,che poi appunta su un quaderno.
E quella ragazza con la pelle bianchissima,e il rossetto acceso,che si guarda attorno con uno sguardo carico di tensione,ha catturato la sua attenzione.
Costanza sta per imboccare l’uscita.Gli allarmi stanno per suonare.
Jessica la ferma per un braccio,e avvicinando la faccia alla sua,le dice piano : “Dammelo, subito”.
Costanza,con la mano che trema,fa sparire l’ombretto in quella di Jessica che rivolta alla madre,avviandosi verso l’uscita, urla agitando in aria la scatoletta :”O fata,prendo questo,battilo in cassa!”.
La mamma, con sguardo compiaciuto rivolto ai clienti: “Finalmente!Era ora che ti svegliassi!Un po’de femminilità diosanto!Brava la figlia mia!”.
Jessica trattiene un conato ed esce all’aria aperta.
Fuori, appoggiata al muro,l’aspetta Costanza.

“Quanto devo ridarti per l’ombretto?I soldi non li ho subito,ma se mi dici dove abiti,vengo a portarteli oggi pomeriggio”.

“Tranquilla,paga mia madre.Piuttosto,perchè volevi metterti nei casini?”

“Non volevo chiedere i soldi a mia madre…ci ho provato.”

“Bella stronzata stavi per fare.”

“Non ci siamo presentate. Mi chiamo Costanza.”

“Jessica. Spostiamoci da qua,che questa macchina deve fare manovra.Io vado verso il parchetto,tu?”

“Stavo tornando a casa, ma ti accompagno per un pezzo.”

“Non ti ho mai vista da queste parti,abiti qua?”

“Sì ma in un altro quartiere, su in centro.”

“Ah,capito,sei una di quelli.”

“Che intendi?”

“Niente.Solo a prima vista non si direbbe.”

“Ho alcuni volantini col mio recapito da attaccare.Voglio fare l’estetista,provarci almeno,ma non voglio che i miei lo vengano a sapere.Loro non vogliono.
Potrei farlo a casa di mia zia.Fa la giornalista, è sempre all’estero. Mi ha dato le chiavi perchè una volta al giorno devo andare a sfamare la sua tartaruga”.

“Io vorrei solo vedere il meno possibile mia madre.Ma a questo ci pensa il discount.E leggere senza rotture di coglioni.E magari anche scrivere finchè lei mi campa”.

“Davvero? Ma non ti sentiresti un peso,alla lunga?”

“Chee?Ma quale peso!Dovresti vedere che cosa sono costretta a subire.Diciamo che i soldi che mi passa sono un riscatto per lo squallore in
cui mi costringe a vivere.Mio padre è morto.Avevo sei anni.E’caduto dal palo della luce su cui stava lavorando”.

“Mi dispiace.Se ti va, uno di questi pomeriggi, ti faccio le mani”.

Jessica, soffoca una risatina e poi esplode ridendo apertamente,con gli occhi socchiusi e i denti in bella vista.

“Ok,ok,come vuoi.Nessuno mi aveva mai “fatto le mani” prima d’ora. A mia madre verrà un infarto e mi nominerà unica erede dei suoi fard usati,e rossetti mezzi squagliati,e smalti improbabili.Non vedo l’ora!”.

“Per te andrebbe bene domani alle quattro?”

“Ok,sì,va bene.Ci vediamo qua e poi andiamo a casa di tua zia giusto?”

“Giusto”.

Costanza gira la chiave nella toppa e la porta si apre su cinquanta metri quadri di funzionale,maniacalmente ordinato, claustrofobico,ikeaarredato,miniappartamento di donna single in carriera.Di fianco al divano,accanto alla finestra c’è la vaschetta di Dorothy,immobile sull’isoletta di plastica.

“Spero non sia morta,mia zia mi ammazzerebbe”

“Dov’è la libreria?Ah eccola!Dunque vediamo…”

“Jessica,io preparo!Dorothy ecco i tuoi gamberetti”.

“Ma devo proprio?” E mentre lo dice butta a Costanza uno sguardo ironico e divertito, che si posa su un altro paio d’occhi,che la guardano invece con un entusiasmo pieno di speranze.

“Se vuoi…Io mi esercito”

“Va bene.Ma solo perchè mi devi un ombretto”

“Metti le mani in questa bacinella”

“Che roba è?”

“Acqua e sale”

“Serve per ammorbidire le cuticole”

“Ottimo,io non sapevo nemmeno di avercele!”

“Non voglio diventare come lei,nè come mia madre sai?”

“Come lei chi?”

“Come mia zia.E’sempre lontana.Questa casa è fredda.Voglio muri palpitanti di risate di bambini,e un marito,e un lavoro che mi renda felice.Sono certa che lei non lo è.E nemmemo mia madre,che dopo il divorzio si fa mantenere da mio padre e una volta alla settimana si vede con Alì,il cameriere marocchino del ristorante sottocasa.Dice che sono un’offesa alle lotte femministe di mia nonna,una mutazione,un ramo storto nel nostro albero genealogico tutto proteso verso l’emancipazione delle sue componenti femmine”

Jessica si guarda le mani,sott’acqua sembrano più grandi.

“Jessica non dici niente?”

“Cosa vuoi che ti dica?Io sono un cardo selvatico spuntato sotto il culo di mia madre.Non fa che lamentarsi.Mi ha detto che un giorno farà un falò dei miei inutili libri.Che le sarebbe piaciuto avere una figlia normale.Che si vergogna a presentarmi alle sue amiche.Non chiedevo di meglio!”

Gli occhi neri e sbeffeggianti di Jessica contrastano per un istante con un moto di tristezza sul suo viso.L’ombra scompare in un attimo e torna a prendere in giro Costanza.

“Allora?Le mie mani stanno diventando palmate,posso disammollarle?”

“Sì,adesso sì”

“Domani voglio portarti alle Rocce.Ci sei mai stata?E’ appena fuori città.Ci si arriva col motorino.Papà mi ci portava sempre, di domenica,quando mia madre lavorava.C’è una bella vista e si sta in pace.”

“Va bene, portiamo la birra e ce la mettiamo sulle gambe, vedrai che abbronzatura e che pelle liscia dopo!Parola di estetista”

“Io la birra preferirei bermela, ma faremo come vuoi tu”

I muri del miniappartamento,tornano dopo tanto a scaldarsi di risate e battiti.

Il rumore del motorino è intervallato dal suono di due bottiglie di birra, che ogni tanto sbattono una contro l’altra, dentro la busta bianca, che oscilla ad ogni curva sui polpacci di Costanza.
L’aria sferza due volti assonnati.

“Costà tutto ok là dietro?Ce la fanno ste birre?Che io al discount non ci torno…”

“Tranquilla.Guarda là piuttosto,frena!”

Il motorino accosta.In mezzo alla strada c’è il ventre gonfio di un gatto che dev’essere stato completamente bianco.Ora il pelo è ispido di sangue e la testa è schiacciata.

Costanza e Jessica gli si accovacciano a fianco.

“Non posso guardare.” Costanza gira la testa.

“E’ solo un gatto morto.La testa ora è piatta.Chissà se ha sentito l’impatto.Dev’essere stato un gatto molto bello.Guarda che pelo bianco…”

“Jessica ti prego.Sto per vomitare.Andiamocene.Povera bestia”

“Un giorno scriverò un racconto dal punto di vista di un gatto.Che te pare?”

Jessica rinforca il motorino.Costanza la raggiunge con passo lento e si sistema dietro di lei.Non parla.

“Eccoci qua.Scendi e fatti una corsa laggiù fin dove finisce il prato e dimmi cosa vedi”

Costanza scende dal motorino,e a ritmo di bottiglie tintinnanti cammina fino alla fine dell’erba.

“Si vede tutta la città da qui!Non c’ero mai stata!”. Urla a Jessica che la sta raggiungendo.

“Te l’avevo detto che era un bel posto”.

Jessica si siede di fianco a Costanza, con i piedi che sporgono nel vuoto sottostante lo sperone di roccia.

“Ecco la birra.Mettila sulle gambe e sulla faccia”

“Come vuoi.Però mi faccio anche un sorsetto”

“Poca però che ci serve.Dobbiamo rimetterla più volte, altrimenti non fa effetto”. Costanza,in tono professionale e con sguardo serio.

“Davvero?” Jessica, sorridendo ironicamente con ogni muscolo del viso.

“Io e papà ci fermavamo sempre qua.La domenica si faceva la barba.Diceva che era per me.Per non pizzicarmi le guance.E metteva il dopobarba.
Ricordo ancora quel profumo.Giocavamo a ritrovare la nostra casa, tra le miriadi che si vedono laggiù.Parlava poco. Mi diceva che il lavoro è tutto e che dopo le scuole medie, avrei iniziato anch’io, che la scuola è inutile ed è fatta per i pigri.Poi mi faceva vedere le mani callose e mi diceva che era da quelle che si misurava il valore di un uomo.Probabilmente, mia madre avrebbe accantonato i miei libri e lui ci avrebbe appiccato il fuoco sotto”.

“Mio padre, dopo il divorzio, lo vedo solo di sabato.Viene a prendermi all’uscita da scuola e mi porta al ristorante del centro commerciale.
Mi fa sempre le stesse domande.Poi restiamo in silenzio.Poi mi chiede se ho bisogno di soldi, ci giriamo il centro commerciale e mi riporta a casa”

“Ho la faccia che va a fuoco!”

“E’ la birra!Comincia a fare effetto.Tieni, mettine ancora.”

MUTANTI CONTINUA…

Un gatto completamente bianco,allo stato selvatico è una rarità,un colpo azzeccato alla roulette della genetica. E quel gatto,la guarda dal vetro della finestra sotto il mucchio delle coperte. Jessica è sveglia da un pezzo ma non vuole alzarsi.Le arriva alle narici l’odore osceno del deodorante da discount di sua madre che si prepara per andare a lavoro.Ci lavora in quel discount.Fa la cassiera. Coda alta, fard spennellato abbondandemente a voler resuscitare gli zigomi appassiti,il rossetto che puntualmente le macchia i denti e la musica a palla di quel coglione seguito dalle ragazzine. La odia.Aspetta di sentire la porta sbattere alle sue spalle per uscire dal letto.

Costanza guarda sua madre strappare la plastica che unisce la rivista al libro, sfogliare il libro come si fa con una rivista e allinearlo all’arcobaleno di dorsi di libri colorati mai letti,in bella vista nella vetrina in salotto. Poi la guarda immergersi nella rivista, come si fa con un libro. E’così ricercatamente acqua e sapone, così finto-pura,così finto-intellettuale,così finta. Costanza:ombretto nero sugli occhi, rossetto sangue e smalto scrostato sulle unghie,e la distanza è stabilita. Questa mattina andrà al discount a prendere un nuovo ombretto verde acido.A rubarlo in realtà,perchè non vuole chiederle soldi.

Lo mette in tasca furtivamente. Jessica,che staziona alla cassa perchè sua madre ha dimenticato,uscendo, di lasciarle i soldi per quel libro che punta da un mese,la vede mentre lo fa.Ha l’abitudine di osservare di nascosto le persone e di immaginare storie su di loro,che poi appunta su un quaderno. E quella ragazza con la pelle bianchissima,e il rossetto acceso,che si guarda attorno con uno sguardo carico di tensione,ha catturato la sua attenzione.

Costanza sta per imboccare l’uscita.Gli allarmi stanno per suonare. Jessica la ferma per un braccio,e avvicinando la faccia alla sua,le dice piano : “Dammelo, subito”. Costanza,con la mano che trema,fa sparire l’ombretto in quella di Jessica che rivolta alla madre,avviandosi verso l’uscita, urla agitando in aria la scatoletta :”O fata,prendo questo,battilo in cassa!”. La mamma, con sguardo compiaciuto rivolto ai clienti: “Finalmente!Era ora che ti svegliassi!Un po’de femminilità diosanto!Brava la figlia mia!”. Jessica trattiene un conato ed esce all’aria aperta. Fuori, appoggiata al muro,l’aspetta Costanza.

“Quanto devo ridarti per l’ombretto? I soldi non li ho subito,ma se mi dici dove abiti,vengo a portarteli oggi pomeriggio”.

“Tranquilla,paga mia madre.Piuttosto,perchè volevi metterti nei casini?”

“Non volevo chiedere i soldi a mia madre…ci ho provato.”

“Bella stronzata stavi per fare.”

“Non ci siamo presentate. Mi chiamo Costanza.”

“Jessica. Spostiamoci da qua,che questa macchina deve fare manovra.Io vado verso il parchetto,tu?”

“Stavo tornando a casa, ma ti accompagno per un pezzo.”

“Non ti ho mai vista da queste parti,abiti qua?”

“Sì ma in un altro quartiere, su in centro.”

“Ah,capito,sei una di quelli.”

“Che intendi?”

“Niente.Solo a prima vista non si direbbe.”

“Ho alcuni volantini col mio recapito da attaccare.Voglio fare l’estetista,provarci almeno,ma non voglio che i miei lo vengano a sapere.Loro non vogliono. Voglio farlo a casa di mia zia.Fa la giornalista, è sempre all’estero. Mi ha dato le chiavi perchè una volta al giorno devo andare a sfamare la sua tartaruga”.

“Io vorrei solo vedere il meno possibile mia madre.Ma a questo ci pensa il discount.E leggere senza rotture di coglioni.E magari anche scrivere finchè lei mi campa”.

“Davvero?Ma non ti sentiresti un peso,alla lunga?”

“Chee?Ma quale peso!Dovresti vedere che cosa sono costretta a vedere.Diciamo che i soldi che mi passa sono un riscatto per lo squallore in  cui mi costringe a vivere.Mio padre è morto.Avevo sei anni.E’caduto dal palo della luce su cui stava lavorando”.

“Mi dispiace.Se ti va, uno di questi pomeriggi, ti faccio le mani”.

Jessica, soffoca una risatina e poi esplode ridendo apertamente,con gli occhi socchiusi e i denti in bella vista.

“Ok,ok,come vuoi.Nessuno mi aveva mai “fatto le mani”.A mia madre verrà un infarto e mi nominerà unica erede dei suoi fard usati,e rossetti mezzi squagliati,e smalti improbabili.Non vedo l’ora!”.

“Per te andrebbe bene domani alle quattro?”

“Ok,sì,va bene.Ci vediamo qua e poi andiamo a casa di tua zia giusto?”

“Giusto”.

 

Costanza gira la chiave nella toppa e la porta si apre su cinquanta metri quadri di funzionale,maniacalmente ordinato,claustrofobico,ikeaarredato,miniappartamento di donna single in carriera.Di fianco al divano,accanto alla finestra c’è la vaschetta di Dorothy,immobile sull’isoletta di plastica.

“Spero non sia morta,mia zia mi ammazzerebbe”

“Dov’è la libreria?Ah eccola!Dunque vediamo…”

“Jessica,io preparo!Dorothy ecco i tuoi gamberetti”.

“Ma devo proprio?” E mentre lo dice butta a Costanza uno sguardo ironico e divertito, che si posa su un altro paio d’occhi,che la guardano invece con un entusiasmo pieno di speranze.

“Se vuoi…Io mi esercito”

“Va bene.Ma solo perchè mi devi un ombretto”

“Metti le mani in questa bacinella”

“Che roba è?”

“Acqua e sale”

“Serve per ammorbidire le cuticole”

“Ottimo,io non sapevo nemmeno di avercele!”

“Non voglio diventare come lei,nè come mia madre sai?”

“Come lei chi?”

“Come mia zia.E’sempre lontana.Questa casa è fredda.Voglio muri palpitanti di risate di bambini,e un marito,e un lavoro che mi renda felice.Sono certa che lei non lo è. E nemmemo mia madre,che dopo il divorzio si fa mantenere da mio padre e una volta alla settimana si vede con Alì,il cameriere marocchino del ristorante sottocasa.Dice che sono un’offesa alle lotte femministe di mia nonna,una mutazione,un ramo storto nel nostro albero genealogico tutto proteso verso l’emancipazione delle sue componenti femmine”

Jessica si guarda le mani,sott’acqua sembrano più grandi.

“Jessica non dici niente?”

“Cosa vuoi che ti dica?Io sono un cardo selvatico spuntato sotto il culo di mia madre.Non fa che lamentarsi.Mi ha detto che un giorno farà un falò dei miei inutili libri.Che le sarebbe piaciuto avere una figlia normale.Che si vergogna a presentarmi alle sue amiche.Non chiedevo di meglio!”

Gli occhi neri e sbeffeggianti di Jessica contrastano per un istante con un moto di tristezza sul suo viso.L’ombra scompare in un attimo e torna a prendere in giro Costanza.

“Allora?Le mie mani stanno diventando palmate,posso disammollarle?”

“Sì,adesso sì”

“Domani voglio portarti alle Rocce.Ci sei mai stata?E’ appena fuori città.Ci si arriva col motorino.Papà mi ci portava sempre, di domenica,quando mia madre lavorava.C’è una bella vista e si sta in pace.”

“Va bene, portiamo la birra e ce la mettiamo sulle gambe, vedrai che abbronzatura e che pelle liscia dopo!Parola di estetista”

“Io la birra preferirei bermela, ma faremo come vuoi tu”

I muri del miniappartamento,tornano dopo tanto a scaldarsi di risate e battiti.

 

 

 

 

 

 

 

Navigazione articolo