chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “giugno, 2013”

CICATRICI

Mi guardo allo specchio.

Sto invecchiando e il mio corpo finalmente inizia a raccontare.

“Quando lo dirai ai tuoi nipoti non crederanno che qua avevi un neo, vedrai”, mi diceva la dottoressa affondandomi il bisturi all’incrocio tra gamba e inguine.Era magra, bruna, scattante e sapeva di sigaretta.

Ricordo che in sala d’attesa dopo piansi. Non avevo mai firmato un consenso informato per l’anestesia, ed ero andata da sola quel giorno.

Mio padre morto da un mese, mia madre in una casa di cura per depressione, mio fratello di otto anni a casa, mi sentivo addosso puzza di morte.

Capii alla fine, che ad ogni mio scatto di coraggio ad occhi chiusi, corrisponde un contraccolpo fatto di lacrime solitarie postume (legge tuttora valida).

Sotto il mento c’è n’è un’ altra, di cicatrice bella larga, punti allentati, reparto macelleria del prontosoccorso, e i lembi della mia pelle si presero il loro spazio.

Era una sera d’agosto nel ristorante in cui lavoravo come cameriera contro la volontà dei miei (è sconveniente che una figlia di borghesi lavori per mantenersi gli studi). In cucina scivolavo sul grasso del pavimento e il piatto di vetro che avevo in mano mi si rompeva sotto la faccia. Panico sui volti dei proprietari : non ero assunta. Il sangue non si fermava. Al prontosoccorso dicevo di esser caduta a casa e il macellaio di turno mi rappezzava il mento.

Dopo tre giorni, a tavola, mio padre si accorse che avevo qualcosa di strano sul viso : “Non è niente, due punti”. Non avrei rinunciato a quel lavoro da venti euro al giorno, per niente al mondo.

La mia pancia non sarà mai più la stessa : mi hanno tagliato i muscoli addominali perchè quattro chili e cento di “creatura” scalpitante potessero venire fuori : “Allora signora, lo facciamo questo cesareo?”.

Avevo vomitato l’anima (la “creatura” anzichè spingere verso l’esterno, si dilettava , e si diverte ancora, a premermi sullo stomaco), piegata in una contrazione, implorai il taglio alla dottoressa bionda stavolta. ma di nuovo magra, scattante e al gusto di sigaretta.

Non avrei mai più potuto raccontare di urla strazianti e vagine squarciate e punti da macelleria ad altre donne in procinto di partorire.

Pazienza.

VITE

Il ragazzo cieco che mendica con gli occhi rivolti al sole,all’angolo di un palazzo.

La donna seduta a gambe incrociate sul marciapiede,grigia,e il figlio malato tra le sue braccia che si prende i capelli e le si contorce davanti.

Nel traffico di un pomeriggio qualunque, a bordo strada,una donna che implora un uomo più vecchio di lei,che la strattona e la obbliga a seguirlo.

La ragazza tunisina che intreccia la mano ad un canuto occidentale,seduti ad un tavolo nel giardino dell’hotel.

La coreana dal grande cappello di paglia che prende lezioni d’arabo dalla donna col velo,appuntando su un taccuino,ripetendo suoni strani, con gli occhi spauriti.

La ragazza che pulisce la nostra stanza,ha una cicatrice sulla guancia che sembra una fossetta ed è bella ma forse non lo saprà mai.

Poi quella nuova,che ho visto appena ieri, passava lo straccio e dal collo del camice le spuntavano due auricolari.

Non ho potuto fare a meno di sentirmi per un attimo al posto di ciascuno di loro e immaginare quello che provavano e lasciar partire una storia.

E’ una brutta malattia, lo so.

 

 

 

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