chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “aprile, 2013”

PER TE

Prima di partire per la nostra settimana d’aria in Italia,ho pianto contro la tua piccola schiena,alle otto del mattino,in una camera d’albergo tunisina.

Pensavo al bambino che per due mesi ha riempito con le sue risate e la sue urla i corridoi di un hotel che chiamava casa,facendo innamorare inservienti e camerieri che non parlavano la sua lingua ma capitolavano di fronte ai suoi riccioli biondi e al suo sorriso.

Pensavo al bambino che una casa ancora non ce l’ha,che vede le sue sorelle arrivare e partire e le chiama su Skype,che sale su aerei, treni, ed autobus e per addormentarsi la sera vuole posare ancora una manina sul mio seno.

Pensavo a te,tuo padre e me,le speranze, le risate, i momenti cupi,vissuti tra quelle mura.

Piccolo amore, ti dedico il ricordo di questi giorni.

E’ per quando sarai grande.

Non dimenticare quella donna che ti ha pianto sulla schiena, in silenzio, per non svegliarti,e che ce l’ha messa tutta.

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RABBIA

Adesso ha un nome, il cattivo pensiero che mi perseguita e che non mi fa vivere, che rende la conquista di ogni pezzetto di felicità un’impresa ardua.

Si chiama rabbia. E ieri sera l’ho chiamata per nome la prima volta.

Che sia l’inizio di una guarigione?

Ieri sera parlavamo io e Tullio del nostro breve rientro di una settimana in Italia.

Lui pregustava la gioia del ritorno, evocando immagini di paesaggi conosciuti.

Io sentivo crescere una irrefrenabile voglia di piangere.

Pensavo alla casa che ci aspettava, e la vedevo piena di ricordi dolorosi e sentivo montare un rancore mai sentito cosi forte.

Singhiozzi e lacrime sono esplosi, senza che stavolta riuscissi minimamente a controllarli.

Pensavo ad una casa che è stata troppo tempo un dormitorio , per me che lavoravo e rientravo distrutta alle sei di sera, che a quattro mesi ho dovuto lasciare Saul al nido,e ancora mi bruciano le sue lacrime lasciate ogni mattina sulle mie guance prima di lasciarlo tra le urla e andare via .

Pensavo a figliastre bambine che in quella casa hanno fatto a pezzi, con licenza di farlo, il mio cuore.

Pensavo a parenti strettissimi che del mio bambino hanno fatto questione di principio e non l’hanno mai amato.

Pensavo a me, figlia fino ad un certo punto, accettata solo quando ero lo specchio fedele delle loro aspettative e poi demolita in un gioco perverso di sensi di colpa e del dovere.

 

Rabbia. Che monta inarrestabile nei sogni in cui sogno di farli tutti a pezzi.

Rabbia che mi sta rovinando la vita.

L’ho chiamata per nome, l’ho intrappolata in un vicolo cieco, voglio che non abbia più potere su di me.

Come?

Smetterò di pensare al marcio. Ricaccerò ogni pensiero di un passato che gronda sangue con uno di un presente felice.

Smetterò, quando se ne presenterà l’occasione, di incassare, ed esploderò nell’immediato contro chi attenta alla mia felicità.

Posso farcela. Si comincia!

Lo dedico a me stessa, al mio compagno, a mio figlio.

 

FELICITA’

Quarantasette giorni dentro una camera d’albergo.

Ancora niente casa, ancora nessuna data certa di rientro – definitivo o no, nemmeno questo ci è dato sapere – in Italia.

Il morale inizia a cadere.

Mi sveglio al mattino, con la voglia di riaddormentarmi e perdermi in un sogno che diventa immancabilmente un incubo.

Il mio bambino si sveglia, alla luce artificiale di una stanza buia con le finestre piccole. Tra un paio di mesi ci saranno 47 gradi, il sole non deve entrare.

Teletubbies sul pc. Io, più rincoglionita di lui al suo fianco. Colazione con cornetto e succo da concentrato d’arancia : colore arancio fosforescente. Alla mammina del cibo bio e dei giochi educativi ,crolla ogni certezza, a picconate di sensi di colpa .

Non ho scelta, siamo qui per non morire di fame e io mi faccio ancora di questi problemi (come anche il mummy-marketing  attuale comanda del resto)?

Sì.

Saul si butta a terra, prende le misure, vuole capire fin dove può arrivare ad imporre la sua volontà . Non ce la faccio a sollevare mille volte al giorno diciassette (credo) chili di bambino abbandonati per terra a peso morto. Non qui, non con questa testa. E alzo la voce contro di lui,come mai avrei voluto. Ultime picconate per l’icona della mamma ideale che albergava tanto tempo fa dentro me (e che anche la rete mi ha aiutato a costruire).

Sto perdendo di vista quella felicità che credevo di aver afferrato per sempre al mio arrivo in Africa.

Poi stasera usciamo, per il solito thè alla menta per noi e succo d’arancia per Saul (da arance vere stavolta, per alleviare il mio senso di colpa, che al bambino serve INNANZITUTTO la vitamina C…).

Nel bar soliti discorsi cupi tra me e Tullio – si va o si resta? Ce la faremo qui? – mentre Saul tenta la scalata dei divanetti e saltella al ritmo delle canzoni tunisine.

All’improvviso un ragazzo si avvicina, ha dei problemi motori ma lo noto solo dopo, perchè quello che mi colpisce è la purezza disarmante del sorriso che rivolge a mio figlio.

Gli dà un buffetto sulla guancia a significare un bacetto e ci dice “thank you” per averglielo permesso.

Mi spiazza quel grazie, mi stravolge quel sorriso.

Torna poco dopo con una bottiglietta di yogurt da bere alla fragola Danup , per il bambino.

Ancora gioia purissima nei suoi occhi, solo per aver visto mio figlio.

Ed io stasera sono qui a scrivere che della vita non ho ancora capito niente.

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COSE PERDUTE

Chott el Jerid - lago salato - Tunisia

Chott el Jerid – lago salato – Tunisia

Senza punti di riferimento, qua in mezzo, ho capito di essermi persa.

Vertigine e paura , guardando dal parabrezza e dal lunotto posteriore, alla frenetica ricerca di un appiglio : in caduta libera.

Non volevo scendere dalla macchina, piccolo utero di ferro.

Là fuori, tutta la mia finitezza, tutta la mia debolezza, tutta la mia umanità, tutti i miei istinti, tutto il mio ancestrale coraggio di sopravvivenza.

Cose perdute : nella luce di questo schermo che mi abbaglia gli occhi, nella musica anestetizzante nelle cuffie, nel velenoso liquido amniotico di nevrosi mai affrontante.

Sto.

Feto sospeso, nell’attesa che la vita mi rapisca fuori.

NOTTI INSONNI DI UN’ EXPAT

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E’ l’una di notte. In questa camera d’albergo tunisina, che è la nostra casa da più di un mese,non riesco a prendere sonno.

Guardo il viso di mio figlio che dorme,nel riflesso della luce blu del pc. Ascolto il russare ritmico del mio compagno e le sue apnee (troppe sigarette). Anche nella stanza a fianco, hanno smesso di litigare ad alta voce in arabo, intercalando con l’immancabile “inchallah” (se allah vuole).Solo il rumore di fondo di una tv rimasta accesa da qualche parte.

Penso all’Italia : le lotte per il potere,l’abbrutimento culturale,il tracollo,così nitidi visti da lontano.Ed io che me ne sono andata.

Penso ai deliri culinari di Saul prima di addormentarsi ieri : “Pane e prosciutto mamma!Pasta!”. Anche oggi ha visto troppi cartoni. I bambini là fuori non capivano quello che diceva. Lui si faceva in quattro per farsi notare e loro lo scansavano. Ha pianto. Mi si  è spaccato il cuore. Dalle divagazioni esterofile alla realtà in un nanosecondo.

Mi arriva ogni tanto l’odore acre dell’hennè sulle mie mani. Me le sono fatte disegnare ieri,accompagnata da nuove amiche tunisine, da una donna, seduta a terra su un materasso. Hennè impastato con solvente e modellato con la saliva. Si puliva la bocca con uno straccetto, i suoi bambini che si affacciavano di tanto in tanto sulla porta. Le ho chiesto di fermarsi ad una sola mano.

Penso al giorno della partenza. Al vuoto che sentirò, nello spazio occupato da questa terra e dalla sua gente. Al dolore di uno strappo. Al ritorno in un’Italia che mi sembrerà straniera. Forse per sempre.

Vorrei dormire. Ma non ci riesco.

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