chiaranonmente

quello che sfugge agli occhi ma merita di lasciare una traccia

Archivi per il mese di “marzo, 2013”

DI INFERMIERE,DI FUGHE,DI RICHIESTE ALL’UNIVERSO

Prima di partire per la Tunisia, andiamo a vaccinarci.

Devo fare tetano ed epatite A.

Entra prima Tullio, io tengo il bambino.

Ci mette un po’ più di quanto prevedessi ed esce con una strana espressione negli occhi.

Entro io : infermiera , sessant’anni, casco di ricci biondi, voce roca ,volto segnato.

La diresti un ex-puttana, invece mi apre un torrente di parole addosso : “Faccio volontariato in una comunità di recupero per tossicodipendenti, ho fatto la rivoluzione io,nella Roma degli anni 70, ma solo la parte intellettuale.I ragazzi della comunità mi chiedono – con questa faccia qui – se ho scopato e mi sono fatta alla grande, all’epoca. Ma io rispondo, che purtroppo, no” .

Sorride ironica, la mia infermiera.

Capisco che il discorso non finisce qua e mi ha riconosciuta al fiuto. Come io del resto.

Le anime affini non hanno bisogno di presentazioni.

“Mi ha detto il tuo compagno che state partendo per la Tunisia, perchè ha trovato lavoro là.Gli ho detto che la scelta più dura è stata la tua che hai mollato tutto per seguirlo. Anche io ho mollato la rivoluzione, se così può dirsi quella fatta da una figlia di piccoli borghesi, per seguire un uomo in giro per il mondo. Ed ora mi ritrovo qui, in un posto che non mi piace, a fare un lavoro che non mi piace”.

Capisco l’espressione contrariata di Tullio poco prima.

Apro a mia volta il mio torrente : “Signora, abbiamo molte cose in comune. Ma le assiscuro che non mi lascio nulla alle spalle. Non ho una famiglia. Solo dolore e spacchi insanabili”.

Lei mi risponde : “Anche in capo al mondo, tutto quello che non hai sanato, ti inseguirà”.

Mi infila l’ago dell’antitetanica ,dolcemente , con amore e compassione.

Ci congediamo.

“Vai ragazza mia e in bocca al lupo. Sei figa.”

Nessuno me lo aveva mai detto.

Tullio appena mi vede uscire dall’ambulatorio esordisce : “Ti ha riempito la testa di stronzate eh?”.

Sorrido.

In questa notte africana, mentre scrivo per respirare e ascolto Coltrane, faccio l’ennesima richiesta all’Universo.

Si dice che chiedendo con forza qualcosa all’Universo, tutte le forze che lo compongono, persone ,energie ,eventi , inizino a mettersi in moto perché ciò avvenga.

Voglio un Saggio sulla mia strada. Una persona che abbia vissuto la vita pienamente e senza paura , che mi rinfranchi il cammino. La Madre che ancora cerco.

Questa terra d’Africa accarezza le mie ferite senza guarirle ma risveglia ogni giorno forze che non credevo di avere .E’ tutto qua dentro quello che serve  : Saggio e Madre compresi.

Forse.

Dedicated to Patrizia : “You don’t need to fly away. Just sit and search inside yourself what you need”.Ti voglio bene.

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OSPITALITA’ TUNISINA

Domenica mattina.
Siamo ospiti a pranzo, di uno dei guardiani dell’ hotel.
Ci aveva detto che sua moglie aspettava un bambino e gli abbiamo recapitato un piccolo pensiero.
Da lì, l’invito.
Seguiamo la sua moto in un labirinto di strade polverose : la vista che ho descritto nei post precedenti si inasprisce ulteriormente : non c’è traccia d’asfalto, bambini per strada, greggi di capre,rifiuti, calcinacci, vecchi sdraiati a terra a crocchie che giocano con tessere improvvisate.
Le case con i ferri del cemento delle colonne ancora a vista, in attesa che ci si possa permettere di alzarle di un piano : è così che si riconoscono qui i benestanti, ci spiega Abslem, dal numero di piani della loro casa.
Arrivati. Varchiamo una porta di ferro, un giardino polveroso con qua e là il fusto esile di un alberello appena piantato e cespugli di menta : a foglie piccole, come quella che già conoscevo, ed una varietà mai vista profumatissima, a foglia lunga.
Poi dentro casa : fresco.
Semplicità, dignità e cura.
Sui muri della saletta che ci ospita ,che in occidente avremmo definito spogli, e che invece qui mi sento di chiamare puliti, campeggia un’unica cornice : all’interno , un versetto del Corano a rilievo su una lastra di bronzo. Sopra il quadro : un fiore rosso di plastica.
Ci sediamo sul divano, poco dopo arriva la sorella della padrona di casa, che la sta aiutando in cucina e poi lei, incinta, che ci accoglie con un sorriso.
Poi sopraggiunge una bambina : Edhil. La nipote di entrambe, figlia del loro fratello.
Otto anni, capelli corti, occhi nerissimi, lineamenti delicati. Saul se ne innamora e non fa che chiamarla di continuo.
Il pranzo è pronto . Sul tavolino della saletta vengono adagiate due enormi ciotole di cous cous  con peperoni,patate, ceci, carne.
Poi una teglia di tajine , una sorta di frittata spessa con patate , menta e prezzemolo tritato.
Due piatti di immancabile insalata tunisina a base di finocchi, olive, lattuga, pomodori
Un piatto di pere private del torsolo e tagliate a metà.
Coca cola.
Ognuno col suo cucchiaio, si mangia INSIEME, attingendo dal piatto che contiene la portata.
Non servono parole. Quel gesto basta ad avvicinarci.
I sapori sono incredibilmente delicati e inaspettatamente già noti al palato. Siamo figli del Mediterraneo e fratelli.
Saul ci guarda, ma non vuole mangiare.
Scappa con Edhil nel davanti casa assolato. Mi alzo per seguirlo.
Si siede in mezzo alla polvere e recupera un sasso e un bastone.
Lancia pugni di terra in aria soddisfatto. E’ rilassato e felice. Anche lui.
Poco dopo escono tutti. La padrona di casa ci serve del thè alla menta, che ormai conosco e amo, in piccoli bicchieri.
Abslem ha ancora poco tempo per stare con noi. Alle quattro deve riattaccare col suo lavoro all’hotel.
Ma prima vuole presentarci a suo suocero che ha un dromedario. Lo dice con fierezza.
Usciamo di casa alla volta dell’altra famiglia che ci sta aspettando.
Entriamo in un piccolo cortile : un dromedario! Finalmente da vicino! Ed ha un piccolo, bianco e lanuginoso : Saul spalanca gli occhi : ci sono anche galline , galli e pulcini e un cagnolino nero attaccato ad una corda che fa le feste a Tullio.
Poi veniamo presentati al capofamiglia : ha un caffè nel sottocasa ed è stato un personaggio locale politicamente in vista : la nuova casa che ci presenta davanti agli occhi ha infatti ,spazi enormi e divani, fatti per ospitare un gran numero di persone.
Gli uomini chiacchierano con Tullio. Io e le donne di casa riusciamo incredibilmente a comunicare in una lingua fatta del mio francese stentato, di gestualità e di sguardi di intesa. Mi promettono che mi insegneranno a fare il cous cous e mi chiedono di andare a trovarle più spesso dal momento che vivo a Gafsa, mi regalano degli oggetti tradizionali di terracotta. Il cuore mi scoppia, non sono abituata a tanto calore.
La visita finisce. Ci pregano di tornare.
Rientriamo in hotel.
Dentro la nostra camera, seduti sul letto, io e Tullio ci guardiamo increduli.
Questo pezzo d’Africa e la sua gente, si sono presi un altro pezzo del nostro cuore, e lo hanno trasformato.
Saul gioca tranquillo con le sue macchinine. Nemmeno un capriccio stasera. Eppure ha mangiato poco o nulla.
Ci  ha visti sorridere .Tutto il tempo. Forse è questo il motivo.

IN AFRICA (PARTE SECONDA)

Domenica ho visto il Sahara orientale, all’orizzonte, aprirsi in mezzo ai canyon.

Vertigine e un misto di paura e rispetto.

Era come mi aveva avvertito Tullio.

Il Sahara E’ un’entità a se stante. Ne puoi avvertire la presenza anche a cento chilometri di distanza.

Tunisia montagnosa del centro sud. Che è dove vivo adesso.

Piccole cittadine minerarie, con a bordo strada, i brandelli di plastica azzurra , i cumuli di forati rotti, i vasetti di yogurt Delice schiacciati, le lattine appiattite, i pacchetti vuoti di sigarette , una ciabatta spaiata abbandonata da qualcuno e polvere.

Ogni sottocasa, un alimentari/emporio improvvisato , con all’esterno l’immancabile cartellone pubblicitario di “Delice” (Danone).

Ogni venti metri un bar coi tavolini fuori pieni di uomini (disoccupati) che bevono un caffè allungato col latte e fumano il narghilè.

Ma la Natura è ancora forte e la senti nei nervi, e la temi.

Senti il vento che soffia con forza là fuori, proprio adesso,e la polvere nel naso.

Il cielo diventa lattiginoso, il sole puoi guardarlo direttamente, disco arancio in un mare di fumo bianco, perchè schermato dalla sabbia.

Il canto degli uccelli sugli eucalipti del giardino dell’hotel è frastornante, i profumi di una primavera precoce, amplificati.

La Vita e la Morte puoi finalmente percepirle al tuo fianco.

Le notti, sono piene di sogni, forze ancestrali riemergono dirompenti.

Il canto del muezzin ti sveglia alle cinque del mattino.

Non il suono di una campana, ma la voce di un uomo che chiama un Dio.

Mi mette paura. Non riesco ad abituarmici.

DONNE DI TUNISIA

Le vedo ancora da una finestra,le donne tunisine.

Da fuori,le studentesse qui, a Gafsa : visi truccati e curati,stivali col tacco, cappottino che copra rigorosamente le natiche e capelli coperti.

Da fuori, le donne sui cinquanta : tunica lunga fino ai piedi, velo sui capelli.

Da dentro : vorrei capire meglio come se la passano, le mie sorelle africane.

E incontro Naziah.

E’ la responsabile delle camere qui in albergo.

Al primo incontro,ci chiede se possiamo riportarle dall’Italia un profumo francese originale visto che qua vendono solo imitazioni.

E mi parte il pregiudizio : queste dell’emancipazione si stanno guadagnando solo la

superficie.

Poi un giorno si lamenta con me del troppo lavoro e del fatto che non può mai uscire.

Le dico che la porto con noi per una passeggiata a Gafsa centro.

Durante la passeggiata mi parla di sè,

Genitori e fratelli a Tunisi,lei qui al sud a lavorare.Torna a casa per pochi giorni solo quando la pagano.Lavora tutto il giorno,e poi si ritira nella sua stanzetta.

Avrà massimo trent’anni Naziah. Viso tuccato ma segnato.

Aveva un fidanzato emigrato in Italia.Lo amava e lo ama ancora.

Ma lui non era riuscito a trovare un lavoro stabile e ad ottenere un permesso di soggiorno, e la famiglia di Naziah,dopo otto anni l’ha costretta a lasciarlo.

Ora le hanno combinato un matrimonio.Mi dice che è troppo vecchia e le sta bene così ormai.Il nuovo fidanzato non l’ha mai visto,lo inconterà a breve. La data del matrimonio è fissata a quest’estate.

Di fronte ai miei occhi attoniti mi dice che si” sforzerà “di amarlo.

E io penso che è tutta in quello “sforzarsi di” che ci portiamo addosso fin da piccole, la nostra debolezza.

In Italia come in Africa.

Io voglio…io desidero…a me piace…a me non piace.

A trentun anni,non ancora saprei continuare la frase.

SI TORNA A SORRIDERE

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Questa ci siamo divertiti a scattarla con la webcam qualche giorno fa.

Saul e Tullio.Alle spalle la nostra camera d’hotel a Gafsa,

La nostra casa è ancora in fase di “finitura”.Finestre piccole perchè non entri il caldo e l’immancabile terrazza di cui devo ancora scoprire gli usi, visto che ad agosto arriveremo a cinquanta gradi.

In basso, la strada di sabbia battuta del quartiere Zarruch,in cui i bambini giocano a pallone,su cui si aprono botteghe improvvisate di generi alimentari con donne che si scambiano bottiglie di Coca Cola,mentre passa un motorino (qui dicono che ho ti fai la macchina o una moglie e due figli, la spesa è la stessa, quindi, per muoversi : motorino o taxi o gambe).

Ride Saul.

Si rotola libero nell’erba del giardino dello Jughurta Palace tra gli sguardi divertiti degli inservienti.Ha smesso di terrorizzarsi per gli abbracci e baci improvvisi delle donne.

Credo che qui porti fortuna abbracciare o baciare un bambino.

E il saluto (anche dello sconosciuto) non è ancora in disuso.

E il tempo non è consumato ma goduto.

Ieri ho visto una coppia in giardino starsene seduta a parlare per quasi tre ore davanti ad un caffè.

La prima volta che qui hanno visto Tullio trangugiare il suo espresso,gli hanno chiesto se ce l’avesse con quel caffè, per berselo in quel modo.

Ride Saul.

Per i giochi fatti insieme, per il tempo che gli sto restituendo.

E stanotte è piovuto.

A Gafsa sì.Alle porte del deserto.

MOHAMMED

Dopolavoro a Gafsa.

Tullio che rientra in albergo bianco di polvere.Un bagno che gli ridà un po’ di vita.

E usciamo.

Cerchiamo una pizzeria per Saul che da due giorni ha deciso di nutrirsi esclusivamente di patatine fritte, per variare un po’ sul tema.

E troviamo Mohammed.

Capelli tirati indietro con la brillantina e sorriso bianchissimo.

Scandiamo : “U-n-a p-i-z-z-a merci”.

E lui ci risponde : “Co’ a pummador ‘n copp’?”

E’ stato undici anni a Napoli Mohammed .Ne avrà al massimo 25.

Prima di Napoli, Vienna e una ragazza di Taormina.

Ha imparato a fare la pizza, ci mostra con orgoglio la bibbia della cucina Napoletana di De Crescenzo.

Tullio manco a dirlo, si esalta.

Io gli chiedo se ci sono altri Italiani a Gafsa.Lui risponde di sì e che ci metterà lui in contatto con loro perchè sa che significa essere straniero.

Vuole ospitarci a casa sua, la pizza non ci permette di pagarla.

Mi vergogno pensando a come lo avremmo accolto in Italia.

Lui dice che ha trovato vero calore umano solo a Napoli.

Ringrazio i Napoletani.

Usciamo.

Un altro muro viene giù.

IN AFRICA

6 del mattino.Albergo di Gafsa.Tunisia meridionale.Africa.

Distesa sul letto.Ogni  sorta di dispositivo elettronico acceso : tv,pc, telefonino a portata di mano.Mio figlio di due anni che dorme di fianco. Tullio già uscito a lavorare.

Paura.

Stupore per come riescano a convivere immondiza e connessioni wi-fi.

Ritmo della vita ripreso per i capelli.Mi riscopro a fare gesti lenti e misurati.

La sera crollo in un sonno diverso.Pieno di sogni.Sento l’abbraccio di questa terra : dormi…

Paura.

Nel deserto fa freddo.E il sole ti brucia discretamente,senza  che tu te ne accorga.

Capre nelle strade di sabbia battuta, invase da pezzi di buste di plastica azzurra,insegne pubblicitarie di cosmetici,donne con cappotti che coprono i culi e agghindate come tv europea insegna.Uomini che riempiono i caffè.Sigarette sempre accese.

Studenti.Portatili a tracolla,camminano con lo sguardo proiettato in avanti sulle strade di sabbia battuta piene di plastica.

Saul sta per svegliarsi.

Sta per cominciare un nuovo giorno.

In Africa.

 

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